Sono a Milano già 3mila imprese estere

Economia e Diritto Milano

Milano 5 Luglio – Se l’Italia, si sa, è indietro nelle classifiche europee per numero e valore di investimenti diretti esteri e presenza di società partecipate o controllate da gruppi esteri, anche su questo fronte Milano, con il suo territorio circostante, costituisce un’eccezione.

Lo confermano i numeri contenuti nell’ultima edizione del rapporto «Milano Produttiva» presentato dalla Camera di commercio, elaborati da Marco Mutinelli, docente all’Università di Brescia, incrociando dati Istat, Reprint e Politecnico di Milano. Numeri che evidenziano «la forte e persistente attrattività esercitata da Milano in ambito nazionale rispetto alle multinazionali estere», come spiega il professore. A inizio 2015 la Lombardia contava il 49,2% di tutte le imprese italiane a partecipazione estera: in tutto 4.395 che danno lavoro a oltre 417mila dipendenti e generano un fatturato di 220,8 miliardi di euro. La sola provincia di Milano (con oltre 3mila società a partecipazione straniera) detiene circa un terzo della presenza di multinazionali in Italia, in termini sia di numero di aziende e dipendenti, sia di valori generati. Tra le imprese a partecipazione o controllo estero presenti sul territorio, molte sono britanniche: 500 in tutta la Lombardia (che valgono 13 miliardi di fatturato e 50mila addetti), di cui 392 nel capoluogo.

Numeri che rispecchiano, si legge nel rapporto, «per Milano e la Lombardia un peso sull’economia nazionale ben superiore a quello che spetta loro in relazione ad altre variabili demografiche ed economiche». E che dunque fanno capire, aggiunge Mutinelli, la ragione per la quale Milano può legittimamente aspirare a ospitare la sede di importanti istituti europei – come l’Autorità bancaria o quella del Farmaco – nel momento in cui diventa necessario, dopo il Brexit, spostarne gli uffici attualmente a Londra.

La vera sfida per Milano, osserva tuttavia Mutinelli, non sarà tanto intercettare il trasferimento della sede centrale di istituti o multinazionali da altre città europee, quanto puntare a ospitare gli head quarter dei grandi gruppi di Paesi emergenti che cercano un primo approdo nell’Unione europea, da dove decidere e muovere le politiche finanziarie e industriali destinate al continente. «Gli investimenti dei Paesi emergenti rappresentano una grande opportunità per il nostro Paese – osserva Mutinelli –. L’Italia deve ottenere le nuove subholding regionali in arrivo da Paesi come la Cina, il Messico, il Brasile, come negli anni 70 e 80 Londra o la Spagna riuscirono a fare, ad esempio, con i grandi gruppi giapponesi».

Un’impresa non impossibile, soprattutto nei settori produttivi in cui l’Italia, e in particolare Milano, esprimono un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale, dalla meccanica alla moda, dai prodotti per la casa a quelli per la persona, dalla farmaceutica alla chimica. Proprio questi comparti (uniti a logistica, elettronica e alimentare) sono quelli in cui la provincia milanese rappresenta l’incidenza maggiore, sul totale nazionale, di partecipazioni estere.

«Milano, intesa come area metropolitana vasta, ha carte importanti da spendere – commenta il professore –. Agli operatori offre un ambiente abituato ad accogliere aziende straniere, supporti logistici e infrastrutturali, servizi di buon livello». A inizio 2015 ospitava 288 imprese a partecipazione estera con capitali provenienti, ad esempio, da gruppi asiatici: numeri piccoli, certo, rispetto al totale (3.029), ma in aumento, soprattutto dalla Cina.

Giovanni Mancini (Il Sole 24 Ore)

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