Giannino: “La Brexit è un problema. Per noi”

Approfondimenti Economia e Politica

Milano 29 Giugno – Continuo a non condividere attacchi a referendum e scelte popolari su queste materie: che persino il Papa s’inchini dicendo “è volontà del popolo” mentre fior di liberali europeisti inneggiano al divieto di referendum dà semplicemente l’idea che i secondi avvertono di non avere più buoni argomenti per convincere gli elettori.

Una storia finisce, aver osteggiato la visione “contrattualista” della Ue praticata dalla Gran Bretagna ci priva di un grande Paese, di una potenza nucleare e di una grande piazza finanziaria mondiale: la Ue attuale non è affatto federale e non credo proprio lo diventerà ora, le decisioni si assumono intorno a blocchi di Paesi più forti che perseguono nel Consiglio Europeo propri interessi nazionali, ma se è così meglio chi i propri interessi li dichiarava e tutelava esplicitamente, come la Gran Bretagna, di chi di ammanta di enfasi europeista ma rinnega poi davanti ai propri elettorati le regole comuni che ha votato i Europa.

Le conseguenze economiche sono largamente imprevedibili, e dipendono da che tipo di accordi la Ue riserverà al Regno Unito in materia bancaria, e di libera circolazione di persone, beni e servizi. Più l’Europa adotta una logica “vendicativa”, più si fa male da sola. Le Borse oggi indicano che la stima dei mercati sconta effetti sulla robusta crescita della Gran Bretagna, ma effetti maggiori sulle asimmetrie bancarie e di debito pubblico interne all’eurozona. Serie e sottovalutate sono le possibili conseguenze di frenata mondiale, conseguenti a un serio rafforzamento del dollaro, al quale sono agganciate le valute di Paesi pari al 40% dell’economia mondiale, e in cui resta denominata una montagna di debito corporate di Paesi ex emergenti ora in panne. Il flight to safe yields può avere conseguenze di fonte alle quali le banche centrali hanno armi spuntate, se non coordinano i loro interventi anche sui cambi.

Cameron va a casa e questo dà la misura del suo errore di calcolo, i laburisti pure sono stati smentiti da parte consistente del proprio elettorato. Il problema scozzese tornerà ad aprirsi, e forse l’Irlanda del Nord chiederà di unirsi all’Unione europea. Ma, con tutto il rispetto, mi sembra meno rilevante dalla difficoltà crescente che i partiti tradizionali incontreranno nelle imminenti elezioni spagnole, poi in quelle olandesi, nel referendum costituzionale italiano, poi nel 2017 in quellefrancesi e sinanco tedesche. Trump è agevolato da Brexit, perché cavalca anch’egli l’onda anti establishment e anti globalizzazione. Ma diciamolo chiaro: se la globalizzazione arretra non è colpa dei populisti raccatta-scontento, bensì dei vecchi partiti e leader che non hanno saputo fronteggiare anni di crisi con riforme radicali a effetto-ricrescita, e che oggi sono privi di argomenti credibili e leader capaci di parlare al cuore oltre che ai portafogli.

Non credo che la “svolta federalista” europea sia dietro l’angolo, come reazione a Brexit: chi se ne riempie la bocca non vuole affatto abbattere le barriere nazionali che rendono non comunicanti i mercati del lavoro, delle professioni, dei servizi pubblici, dell’energia, delle TLC, del welfare e delle pensioni, le cui separate constituencies vengono coltivate a livello nazionale da ogni singolo governo e partito a fini elettorali. Auguri a chi pensa che, con le elezioni politiche in arrivo prima ricordate, si metterà in tempi rapidi mano ai Trattati europei.

In particolare non credo affatto all’afflato europeista che in Italia viene usato come mantello per coprire due posizioni le cui conseguenze sono entrambe negative per l’Italia: la prima è quella cosiddetta “anti-austerity”, vecchio keynesismo usato per fare più deficit e più debito invece di tagliare energicamente spesa e tasse, e per accrescere ulteriormente il ruolo pubblico nell’economia malgrado la macro-inefficienza e corruzione di partecipate locali e investimenti di Stato; la seconda è quella della lobby banco-finanziaria che rifiuta le regole europee e storce il muso alla vigilanza BCE, invoca la necessità di banche meno capitalizzate, salvate con logica mutualistica affidandone l’onere alle più sane, vuole il ritorno allo Stato salva-banche, e tutto questo per coprire le responsabilità politiche e dei regolatori all’ombra delle quali per decenni è stato praticato credito relazionale, mendacio in atti contabili, patrimonio di vigilanza autofinanziato, e gravissimeviolazioni del codice penale. Siamo l’unico Paese europeo in cui alle proteste delle “vittime della crisi” e dei “diffidenti della globalizzazione” – presenti in tutta Europa e in Usa – vanno allegramente a braccetto disinvolti sacerdoti delle “banche per gli amici degli amici”.

Conclusione dichiaratamente incerta, visto che nessuno ha la palla di vetro su una tanto complessaconcatenazione di eventi prossimi da cui dipenderà contenere o ampliare gli effetti economici, finanziari e politici di Brexit: i britannici hanno una bella gatta da pelare, ma noi restiamo messi molto ma molto peggio.

Oscar Giannino (L’Intraprendente)

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