No, all’uso politico della Resistenza

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Milano 24 Maggio – Aldo Cazzullo, ieri sul Corriere, espone con lucidità e chiarezza le insidie e la faziosità dell’uso politico della Resistenza. Tema attualissimo, dopo le dichiarazioni della Boschi e la presa di posizione dell’Anpi in riferimento al Referendum sulle riforme costituzionali. Ne proponiamo le osservazioni: “N on ci sarebbero più stati bombardamenti, incendi, rastrellamenti, arresti, fucilazioni, impiccagioni, massacri. E questa era una grande cosa. E neanche mi spaventavano le difficoltà pratiche, materiali, che bisognava affrontare per ricostruire un Paese disorganizzato e devastato: ché le infinite risorse del nostro popolo avrebbero trovato per ogni cosa le più impensate e impensabili soluzioni. Confusamente intuivo però che incominciava un’altra battaglia: più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta. Si trattava ora di combattere non più contro la prepotenza, la crudeltà e la violenza – facili da individuare e da odiare -, ma contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire: tutte cose assai più vaghe, ingannevoli, sfuggenti».
A paventare per prima i pericoli dell’uso politico della Resistenza fu una delle figure più limpide della lotta di liberazione: Ada Gobetti, la vedova di Piero, bastonato dai fascisti per aver sognato la «rivoluzione liberale» e morto in esilio a Parigi senza aver compiuto 25 anni. Nei giorni drammatici e pieni di speranza nella Torino liberata, alla fine dell’aprile 1945, Ada Gobetti annotava nel suo «Diario partigiano» il timore per quel che sarebbe accaduto dopo: compreso il rischio di non essere all’altezza del coraggio di chi nella Resistenza aveva lasciato la vita, di strumentalizzare il sacrificio di coloro che si erano opposti sino in fondo agli invasori nazisti e ai loro collaboratori fascisti. «Sapevo che la lotta non sarebbe stata un unico sforzo, non avrebbe avuto più come prima, un suo unico immutabile volto; ma si sarebbe frantumata in mille forme, in mille aspetti diversi; e ognuno avrebbe dovuto faticosamente, tormentosamente, attraverso diverse esperienze, assolvendo compiti diversi, umili o importanti perseguir la propria luce e la propria via. Tutto questo mi faceva paura» .

Sono parole che tornano utili anche oggi. Attorno al referendum sulla riforma costituzionale sta montando un clima poco propizio alla discussione pubblica. Che deve essere aperta, libera, franca, consapevole dell’importanza del verdetto; ma non dovrebbe assumere toni da resa dei conti tra bande, in cui ogni interlocutore disconosce l’altro.
La Resistenza è stata tirata in causa a sproposito troppo spesso, in questi 71 anni. I partiti l’hanno usata come una foglia di fico per occultare i loro maneggi, per sfuggire alle loro responsabilità. L’hanno caricata di un significato ideologico che solo una minoranza di resistenti avvertiva (non è inutile ricordare che la lotta di liberazione non fu fatta solo dai partigiani, che non tutti i partigiani appartenevano alle brigate Garibaldi, che non tutti i partigiani delle brigate Garibaldi erano comunisti). Più di recente, la Resistenza è stata evocata in vista di battaglie a volte condivisibili, sempre legittime, ma che con la Resistenza non c’entravano nulla. Ecco: la campagna referendaria è una di queste battaglie .

Sbaglia ovviamente l’Anpi quando si schiera per il no e sembra scomunicare chi intende votare sì. Ma sbaglia anche Maria Elena Boschi quando introduce la categoria dei «veri partigiani», scatenando la consueta reazione polemica della sinistra interna. Intendiamoci: i valori della Resistenza non sono acquisiti per sempre; vanno difesi e trasmessi alle nuove generazioni. La libertà e la democrazia sono come l’aria e l’acqua; ci si accorge della loro necessità quando cominciano a mancare. Ma non sono in gioco nel prossimo referendum; che deve stabilire se le garanzie democratiche – compresa la capacità di prendere decisioni – siano assicurate meglio dalle norme vigenti o da quelle introdotte con la riforma. Si può credere fermamente nei valori della Resistenza e votare sì o no, senza essere giudicati incoerenti per questo. E si può rileggere Ada Gobetti riflettendo sulla sua lungimiranza quando scrive nella notte della Liberazione: «Per quanto fossi stanchissima, non mi riusciva di dormire. Pensavo a tutto quel ch’era accaduto in quella lunghissima giornata; ma pensavo soprattutto al domani… E a lungo, in quella notte – che avrebbe dovuto essere di distensione e di riposo – mi tormentai, chiedendomi se avrei saputo essere degna di questo avvenire, ricco di difficoltà e di promesse, che mi accingevo ad affrontare con trepidante umiltà» .

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