Parla Zucchero. “Con “Black Cat” canto la nuova schiavitù del mondo”

Cultura e spettacolo

Milano 5 Maggio – Suoni graffiati. Catene come tamburi. Il Southland, il Mississippi, che abbraccia il Po e la Lunigiana. Amori perduti, uomini-ancore in fondo al mare. Una nuova Resistenza e la tragedia incombente, con un finale di redenzione, in “Black Cat”, dal 29 aprile nei negozi. Uno degli album più belli di Zucchero. Chiudete il dizionario del mainstream, liberate la testa dall’ovvio radiofonico. Qui vi perderete come in una palude della Louisiana, dove si vola a pelo d’acqua. E tutto è silenzio, sensualità. Non fate il conto delle ballate e dell’indiavolato blues che brucia febbre, erotismo e preghiere.

Da “Partigiano reggiano” a “Hey Lord”, “Love Again”, “Ci si arrende”, “Love Again” sino a “Streets of Surrender” con versi di Bono degli U2, Zucchero fa il miracolo di un ponte con l’America più misteriosa, occultata dai tre grandi produttori, Don Was, Brendan O’Brien e T Bone Burnett. Che dal 16 al 28 settembre diventerà show all’Arena di Verona prima di un tour mondiale.

Zucchero si può fare ancora una musica nuova?
«Sì, sono andato nel Southland perché avrei registrato con strumenti che noi non conosciamo. Chitarre e contrabbassi dai suoni distorti, compressi. Ascolti un giovane talento come Robert Randolph & the Family Band. Lì è il futuro. T Bone Burnett in questo disco lo fa già intravedere».

E magari le restituisce quel po’ d’anarchia che viene dall’appennino tosco-emiliano…

«Anarchia significa essere più liberi. Comunque sono un uomo di campagna, della bassa emiliana. Sono cresciuto in riva al Po, dove argini e filari di alberi si avvicinano al Southland. Mio zio suonava l’armonica sotto i pioppi, c’era sempre un violino che dava un sapore di bluegrass, e si mangiava pesce gatto, anguille, gamberi. Però vedevo questi ricordi con suoni dark…».

Non come in “Chocabeck”, sei anni fa…
«Lì c’era l’infanzia, le mie radici, le campane, il sagrato della chiesa dove giocavamo da bambini. Qui c’è il grande foglio bianco della mia immaginazione, sul quale ho disegnato la nuova schiavitù. Sì, un’immensa piantagione dove nulla, di fatto, è cambiato. Quando ascolta le prison song di “Black Cat”, il sound sprigionato da bidoni del gasolio e bottiglie che raspano le corde di una chitarra, pensi a chi è ancora vittima e a chi è rimasto padrone. Anzi, lo è di più».

Lei canta “non ero nessuno, nato sotto un brutto segno”. Si sente schiavo?

«No, sono stato molto povero. A undici anni con mio zio abbiamo costruito una chitarrina con corde di nylon da pescatori. A venti suono alla Bussola per otto ore di fila, poi chiedo una pasta al pomodoro per me e la band. Me l’hanno tolta da una paga da miseria. Certe cose ti rimangono dentro. “Dove vuoi andare?” Mi dicevano tutti. Anche la donna che doveva sostenermi di più. Ora siamo in pace ma le delusioni ti marchiano».

Perché le terre del blues e del gospel, le stesse che devono ammainare la bandiera confederata, seducono tutti, da lei a Beyoncé e Taylor Swift?
«La grande storia americana passa lì. Era l’inferno per gli schiavi e la destinazione ultima dei peggiori criminali. Ma ha saputo dare anche uomini politici, grandi oratori, scrittori. Quel sud ha un’anima che ci confonde, forse ci sentiamo in colpa per come è stato trattato».

E i nuovi partigiani chi sono?
«I più giovani che vorrei vedere andare oltre gli schieramenti politici. Sono nato con un’immagine della Resistenza dove i partigiani erano coraggiosi e leali. Poi ci hanno detto che hanno sbagliato anche loro. Che dire? Sarà anche andata così ma le guerre sono una cosa tremenda».

Cosa le manca?
«Un uomo forte come mio padre, la voce di mia madre. Vorrei dirle: non sai quanto sia stata dura. Ho sessant’anni. Mi basterebbe una vostra parola. Mi darebbe coraggio. Vede, noi Fornaciari siamo malinconici, fragili. Non voglio che i miei figli soffrano così. Quando sono andato in depressione e volevo farmi fuori, ho imparato che c’è il male, oscuro, indefinibile, ma pure la redenzione. Se ha tempo legga le poesie underground di Gino Belli, che mi hanno ispirato “Voci”. E’ del paese di mamma. E’ lì che troverà il mio Southland».

Renato Tortarolo – ArtsLife

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