Alcuni falsi miti sul lavoro, che stanno uccidendo l’occupazione

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Milano 2 Maggio – Dopo la sbornia ideologica restano i rifiuti da ripulire. Sia in piazza San Giovanni che sulle macerie di quella che, un tempo, era l’ottava potenza economica mondiale. Per dovere di cronaca alcune di queste vanno ripulite, di tanto in tanto, dal dibattito pubblico. Lo dobbiamo a noi stessi. Quando, tra qualche secolo, qualcuno si guarderà indietro almeno vedrà che mentre Roma bruciava non tutti suonavano la lira.

  1. Lo Stato deve creare posti di lavoro. Se fosse così facile basterebbe nazionalizzare i mezzi di produzione e tutti sarebbero ricchissimi. Dove è stato fatto i risultati sono stati disastrosi. Così, a molti anni dalla fine di quelle esperienze qualcuno ci riprova a lanciare l’idea che lo Stato possa creare lavoro. Giocando su un sottile malinteso. Lo Stato, se proprio si impegna, talvolta riesce a non distruggerne. E raramente, se le condizioni si allineano può favorire il settore privato, consentendone la creazione. Ma è un atto puramente negativo: deve togliere tasse, regolamentazioni, privilegi e tutele. In sostanza non deve fare nulla. Deve solo astenersi dall’ingerire. Il che, ironia della sorte, è esattamente il contrario di quello che si chiede nella presente fase.
  2. Lo Stato deve investire nel rilancio dell’economia. Prima di tutto e sopra a tutto, lo Stato non ha denari da investire. Ha solo quelli del privato. Qui si entra nel grande mare oscuro delle menzogne keynesiane e prima ancora marxiste. L’idea è che la ricchezza nelle mani dei privati sparisca. Ma nemmeno coloro che sono affetti dalle peggiori formi di picacismo mangiano i soldi. La verità è che il risparmio atterrisce il legislatore perchè sottrae l’individuo al bisogno. Ed un individuo che non ha bisogno non è ricattabile. Quindi si sostiene che i soldi, se riuniti ed investiti in massa, portano a scelte intrinsecamente più razionali. Ma è una balla. Innanzitutto di norma i politici non hanno esperienza imprenditoriale diretta. Ed anche quando l’hanno, devono confrontarsi con l’inestinguibile sete dell’elettorato per il piacere proibito dei soldi degli altri. In ultimo tutti gli ingranaggi tra la decisione e la spesa lavorano incessantemente contro l’efficienza, lottando piuttosto per mantenere il proprio posto. Per cui l’investimento di danaro pubblico parte da un impoverimento dell’economia ed arriva ad una desertificazione della stessa.
  3. Esistono incentivi che possono rilanciare l’economia. Che incentivi hanno reso popolari i telefonini? E quali i computer, i televisori, le macchine e le biciclette? Nessuno. Nessuna buona idea ne ha bisogno. Solo le cattive idee ed i pessimi mercati ne dipendono. Non scordiamo poi il magico effetto corruttivo che gli incentivi hanno su prodotti buoni e mercati sani. Chiederne uno è sempre sbagliato. O il prodotto per cui viene chiesto non lo merita oppure non gli serve.
  4. Dobbiamo difendere i prodotti Italiani. Sperate che all’estero questa mentalità non prenda piede, oppure non potremo più esportare. Per quanto riguarda, invece, i prodotti in vendita qui, i dazi sono incentivi all’acquisto di determinata merce. Quindi si veda il punto prima.

 

Io spero di aver assolto il mio dovere. Mi auguro che almeno una parte di noi sarà assolta dall’accusa di disastro.

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