LA BELVA – La terza parte

Vecchia Milano

…ci eravamo lasciati mentre vi raccontavo delle fantasiose tecniche che si inventarono i cacciatori milanesi sperando permettessero loro di catturare la belva feroce, e di lì riprendo.

Alcuni proposero di prenderla al cappio invogliandola a infilarci la testa tramite delle esche. Ne furono sparsi un po’ ovunque per le campagne, ma per fortuna o astuzia non vi rimase mai intrappolata. Fortunatamente non passò la proposta di sistemarne almeno 20.000 a spese del comune, sarebbe stato un inutile spreco di denaro pubblico.

Altri suggerirono di scavare delle buche ricoperte da una rete e celate con foglie e sterpaglie per poi attirarcela sopra con la “solita” esca, ma fu ritenuta un’idea che avrebbe messo a rischio la anche la sicurezza del contado e degli animali domestici. Un certo Agostino Gerli propose di chiudere dei fanciulli all’interno di gabbie poste al centro di un recinto nella speranza che attirata da tali prede vi entrasse e fosse possibile intrappolarla. Per ovvi motivi non gli diedero retta.

Tale Giuseppe Comerio propose invece di realizzare delle “fosse lupaie” nelle vicinanze dei luoghi dove la bestia fosse stata avvistata. Si trattava di una trappola assai complessa da realizzare, di norma utilizzata per catturare i lupi, aveva il vantaggio di essere inoffensiva per gli uomini e i loro armenti. Le autorità ne approvarono l’uso e furono pagati quattro zecchini per ognuna di quelle che furono realizzate.

Per mettere un po’ d’ordine nel caos che andava creandosi nelle campagne  fu emanato un editto del governatore che vietava tutti gli artifizi che potessero arrecare danno a uomini, bestiame e coltivazioni ad esclusione delle “fosse lupaie”. In esso si ricordava che era ancora vigente la taglia di 150 zecchini, e si raccomandava di essere più attenti durante le battute di caccia visto fino a quel momento erano state così rumorose da mettere sull’avviso la bestia permettendole di fuggire per tempo.

In esso si proibiva di andare a caccia a chiunque non fosse munito dell’apposita licenza pur consentendo ai contadini di muoversi armati per difendere se stessi, la propria famiglia e il bestiame. Ai cacciatori fu imposto di non muoversi in gruppi composti da più di tre persone, sempre con il fucile a tracolla e senza cani salvo se si trattava di bracchi (?!?). Per battute più numerose occorreva il permesso dell’ispettore generale della caccia. Infine, visto che non si trattava di avanzi, ma di agnelli, maialini e galline vi si specificavano le pene per chi avesse sottratto le esche poste all’interno delle “fosse lupaie”.

La questione “bestia feroce” aveva oramai una rilevanza tale che ad occuparsene non furono funzionari qualsiasi ma il fior fiore della nomenclatura milanese di quei tempi. Quando fu palese il fallimento dei metodi di caccia adottati fino a quel momento fu il il conte di Kevenhüller  a scrivere al Magistrato Politico Camerale perché prendesse provvedimenti in proposito. Questi decise che, anche se era oramai anziano, l’uomo giusto per fare eseguire la “pena di morte” della bestia poteva essere solo lo stesso personaggio che trent’anni prima era stato osannato in tutto il mondo per il suo libro contro la pena di morte: Cesare Beccaria. Fu il Beccaria a decidere per le “fosse lupaie” e a incaricare  i sacerdoti Rapazzini e Comerio di seguire l’esecuzione del progetto che fu in parte realizzato da personale comunale (30 trappole) e in parte da privati  cui, come detto sopra, venivano rimborsate le spese.

Due settembre Maria Antonia Rimoldi di sei anni e il suo fratellino di cinque stavano giocando in un prato confinante con un campo di granturco a non più di cento metri dalle prime case di Mazzo (di Rho). La bestia usci dall’erba alta e adottò l’oramai collaudata tecnica dell’avvicinamento sornione tanto che il maschietto quando le fu vicina le carezzò la schiena. Questa comunque non lo aggredì avventandosi invece contro alla bambina, la prese per il collo facendola cadere sulla schiena per poi trascinarla verso l’erba alta. Allarmato dalle urla del fratellino il primo ad accorrere fu il cugino ventenne Giambattista Rimoldi che però non doveva essere un cuor di leone visto che se la diede a gambe appena scorse la bestia all’opera. Subito dietro di lui giunse  Carlo Bianchi, che pur disarmato corse incontro alla bestia urlando cosa che la indusse a mollare la presa per darsi alla fuga.

Come al solito la caccia immediatamente organizzata non diede nessun esito. Per la bambina  che aveva subito numerose ferite non ci fu niente da fare. Un’arteria ferita non ne volle sapere di rimarginarsi, nonostante il prodigarsi del medico condotto del paese il dottor La piccola spirò la mattina seguente.

La bestia si muoveva veloce soprattutto quando era in fuga. Verso sera un contadino si scontro con lei a qualche chilometro da dove aveva aggredito la povera Maria Rimoldi. Il malcapitato si trovava in località Madonna di Rho e percorreva lentamente a cavallo la strada che conduceva a Lainate quando la bestia che probabilmente non l’aveva visto arrivare, sbucò da una siepe con l’intento di attraversare la via. Vedendolo all’improvviso  reagì aggredendolo, gli si avventò contro azzannandolo a un piede che per fortuna era protetto da uno stivale di buon cuoio, ma il morso fu sufficiente a sbilanciare il cavaliere che cadde rovinosamente a terra. La bestia si blocco stupita, probabilmente aveva pensato che cavallo e cavaliere fossero un animale unico e vederli separati la sconcertò, si rizzo su due zampe e rimase bloccata ad osservare lo strano fenomeno dando il tempo al poveretto di rimontare in sella e spronare il cavallo al galoppo dandosi alla fuga.

Dopo quell’avvistamento la bestia sembrò volere lasciare in pace i milanesi e per molti giorni non aggredì più nessuno. Gli avvistamenti comunque non cessavano mai, ma si erano stranamente spostati verso la bassa bergamasca, come se in vista dell’autunno l’animale si stesse spostando a sud. Due volte fu vista fra il Lambro e il Naviglio Grande nella zona di Treviglio. La prima volta fu una donna che disse di averla vista aggirarsi intorno al cimitero e la seconda da un uomo che la vide mentre passeggiava nei pressi di un bosco. In questo secondo caso fu anche organizzata una battuta di caccia che come al solito non portò a niente. A Milano molti dissero che i bergamaschi si erano semplicemente fatti impressionare da quanto accadeva nel milanese, probabilmente avevano ragione.

Mentre i cacciatori prendevano fischi per fiaschi facendo fuori un po’ ogni genere di animale che gli si parava davanti, come accadde a un povero mastino abbattuto nei pressi di Barlassina, le trappole non erano da meno visto che anche in una di queste al posto della bestia fu trovato un altro mastino, la bestia sembrava sparita. Tutti si chiedevano dove fosse stata fino al primo di settembre quando fu sorpresa a fare razzia di polli in una cascina vicino a Bareggio.

Tre settembre… i due gemelli quindicenni Girolamo e Giovanna Cosona, figli di Giacomo che faceva il massaro in un fondo del Marchese Litta, stavano pascolando una vacca in una brughiera al confine fra i comuni di Lainate e Origgio. I due ragazzi noti per laboriosità e coraggio se ne stavano al centro del prato per evitare che la belva potesse sorprenderli sbucando dai campi di grano o dal bosco che lo circondavano. Avevano deciso così dopo che credendo di averla vista si erano dati alla fuga per poi tornare sui loro passi quando vedendo la vacca immobile avevano capito che si era trattato di suggestione. Ci avevano fatto una risata sopra, comunque la prudenza gli aveva suggerito di adottare questa tattica difensiva. Fu così che quando la belva arrivò per davvero la videro per tempo. Dissero che sbucò dal bosco una bestia lunga e bassa che andò loro in contro a gran velocità. Per primo aggredì Girolamo, lo afferrò per i pantaloni, ma “fortunatamente ei non vestìa alla moda e larghe brache avea” così che i denti non riuscirono ad arrivare alla pelle. Il ragazzo spaventato ma non scoraggiato prese allora a colpirla con pugni sul muso fin quando questa non mollò la presa. Non si diede però alla fuga, s’avventò contro a Giovanna credendola una preda più facile, ma anche questa, pur con avendo la bestia addosso che la tirava per i grembiule, si mise a lottare colpendola a calci e pugni.

Nel frattempo il fratello si era spostato sul bordo del campo per attirare l’attenzione di un contadino soprannominato “marsina” che capito quanto accadeva invece di accorrere in aiuto dei due si era messo a sua volta a gridare in cerca d’aiuto. Il ragazzo era rimasto solo e vedendo che la bestia era riuscita a fare cadere a terra la sorella decise che l’avrebbe difesa anche a costo della vita. Tornò di corsa sui suoi passi e afferrò per la coda la bestia che stava azzannando la ragazza al collo, si mise a tirare e a colpirla su schiena e muso in modo da farla desistere dal dare altri morsi. La belva stupita e spaventata da tanta veemenza si diede quindi alla fuga lasciando i due sanguinanti nell’erba.

Di lì a poco arrivarono dei contadini avvisati dal “vile marsina” che presero la ragazza e la portarono subito nella vicina villa del Marchese Pompeo Litta, che saputo quanto accaduto mandò immediatamente in soccorso della poveretta il suo medico e il suo chirurgo personale. Alla ragazza furono riscontrate sei ferite al collo che i medici descrissero così: “sì piccole che sembrano fatte con sottili pungoli, ma penetranti”. Dopo averle suturate però la ragazza faticava a deglutire e parlare e fu colta da una violenta febbre così che fu necessario farle sette salasi per toglierle i sintomi e permetterle di riposare serena. Fortunatamente di li a qualche giorno fu completamente ristabilita.

Il fratello invece aveva solo ferite superficiali, ma fu colto da un insana agitazione che gli impediva di dormire. Prese inoltre a partecipare a tutte le battute di caccia che furono organizzate in quei giorni lagnandosi di continuo che durante lo scontro non avesse con se un coltello con cui scannare la bestia. Una sera al ritorno a casa trovò ad attenderlo il medico del Marchese che visitatolo decise di fargli un salasso e gli ordinò di prendere delle erbe che lo guarirono ridandogli sonno e tranquillità. Il suo coraggio fu anche premiato da un dono del Marchese Pompeo Litta, che ammirato dal suo comportamento gli donò una borsa di zecchini. Fedele alla sua indole il ragazzo non li tenne per sé ma li diede al padre in modo che potesse comprasi dei buoi più giovani.

La bestia sparì nuovamente come era già accaduto anche in passato. Nessuno però si illudeva che fosse finita, in passato farlo era sempre costato lutti e dolore. Si intensificarono i lavori di allestimento delle trappole comunali che segnavano il passo. Il tredici settembre erano pronte solo diciotto delle trenta trappole previste, ma il Beccaria dispose comunque che il suo ispettore pagasse quanto già fatto  dai due sacerdoti incaricati dei lavori. Probabilmente lo fece per stimolarli a procedere più velocemente cosa che di li a poco avrebbe dato i suoi frutti.

Di li a poco… ma non così in fretta da potervelo raccontare oggi. Siamo oramai all’epilogo di questa storia, ma prima di arrivarci ci sarà ancora molto da dire, dovrete pazientare ancora una settimana per sapere come andò a finire. Vi prometto che sarà l’ultima volta che vi toccherà farlo…

 

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