Antonio Tajani: «La speranza dell’Europa sono le Pmi»

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Milano 1 Marzo – Forse la migliore testimonianza del suo amore per le imprese sta nell’intitolazione di una via a lui dedicata, in quanto “eroe” capace di accontentare azienda e parti sociali. Ad Antonio Tajani (Fi), già commissario europeo per l’Industria e attuale vicepresidente del Parlamento europeo, nell’aprile 2015 la città di Gijon in Spagna, su proposta di un collettivo di lavoratori e della federazione delle imprese Asturiane, ha intestato il nome di una strada, per il suo sforzo nell’aver salvato l’occupazione di quasi tutti i dipendenti dell’impresa Tenneco, intenzionata a chiudere il suo stabilimento nelle Asturie. Ora, con la stessa determinazione, Tajani – insieme ad altri 11 europarlamentari – ha firmato una lettera destinata al commissario alla Stabilità finanziaria, Jonathan Hill, che chiede di rinnovare le misure europee a sostegno delle piccole e medie imprese. In soldoni, si tratta di prorogare lo «Sme supporting factor», permettendo alle banche europee di godere di requisiti di capitale più accomodanti (non più il 10,5%, ma l’8% dei tempi pre-crisi) e di destinare le risorse non accantonate all’erogazione di credito alle imprese. Una misura decisiva se si considera – come fanno notare gli europarlamentari nella lettera – che «le Pmi rappresentano il 99,8% delle aziende europee, generano il 55% del Pil dell’Unione e danno lavoro a 75 milioni di cittadini europei».
Presidente Tajani, chiedendo il rinnovo di questa iniziativa, invitate l’Europa a intervenire dove le banche rischiano di non farcela più da sole: cioè nel dare ossigeno alle imprese?
«Sì, si tratta di un principio che avevo già fatto inserire ai tempi di Basilea 3 (i provvedimenti europei finalizzati a rafforzare la regolamentazione e la vigilanza del settore bancario, ndr). Grazie a questo strumento le banche possono concedere prestiti fino a un milione e mezzo alle imprese, senza essere obbligate a tenere il capitale in riserva, ma potendo mettere quei soldi in circolazione. La misura scade a inizio del prossimo anno e quindi urge rinnovarla il prima possibile».
Dietro questa vostra iniziativa c’è anche un messaggio politico: è tempo che l’Europa dimostri di voler rilanciare la crescita, non abbandonando il vero tessuto produttivo del continente. È così?
«Guardi, in Europa esistono 23 milioni di Pmi, e in Italia sono circa 4 milioni. Il loro problema principale, oltre alla burocrazia, è appunto l’accesso al credito. Continuare a sostenerle è fondamentale per favorire la crescita di tutto il sistema-Europa. Le Pmi rappresentano infatti il tessuto produttivo e connettivo dell’economia continentale e, senza l’accesso al credito, è impensabile che ne nascano di nuove. Dobbiamo lavorare sul cosiddetto “credito sperato” e fare sì che quella speranza si traduca in realtà».
Oltre al credito sperato, c’è il credito dovuto, quello che le imprese aspettano dalla Pubblica amministrazione. In Italia, ad esempio, dei circa 90 miliardi di debiti della Pa verso le Pmi, solo 39 sono stati restituiti, nonostante le promesse di Renzi di liquidare il tutto entro il settembre 2014. Cosa si può e si deve fare per accelerare la restituzione del maltolto alle imprese?
«Banalmente bisogna rispettare le regole. Se quei soldi ci sono, devono essere pagati, anche perché ciò innesta un circolo virtuoso: l’impresa paga il lavoratore, il quale può consumare di più e quindi incentivare la produzione, permettendo alle imprese di crescere e versare il dovuto allo Stato. E invece, nonostante la direttiva europea in vigore dal 1º gennaio 2013 e la procedura d’infrazione aperta nei confronti dell’Italia per i ritardi nei pagamenti, il nostro Paese continua a non rispettare i tempi e a pagare le imprese ben oltre i 30-60 giorni previsti. E vorrei ricordare che quella procedura d’infrazione è ancora aperta…».
Ultimamente l’atteggiamento dell’Europa nei nostri confronti pare altalenante. Da un lato, la Commissione ci fa le pulci su debito, deficit e spending review, come dimostra il recente Country Report, all’altro la Bce ci dà una mano importante, iniettando liquidità con il quantitative easing. Ha ragione chi dice che l’Europa “buona” è a Francoforte e non a Bruxelles?
«Per quel che riguarda Francoforte, Draghi sta svolgendo un lavoro eccellente, facendo della Bce una vera banca centrale, a mo’ della Federal Reserve. Quanto alla Commissione di Bruxelles, certo potrebbe concedere più flessibilità e attuare una maggiore politica di investimenti, ma non si può chiederle di smetterle di tenere a bada i conti. In un Paese come il nostro, ad esempio, in cui la spesa pubblica e il debito continuano ad aumentare e la spending review si dimostra fallimentare, non basta andare all’attacco frontale, come fa Renzi, ma bisogna offrire una contropartita vera in termini di riforme; e occorre esibire una strategia a lungo termine, al di là degli slogan e degli spot».
Recentemente la Gran Bretagna ha ottenuto dall’Ue uno statuto speciale che la preserverà dal centralismo eurocratico e da un Unione “troppo stretta”. Anche l’Italia dovrebbe muoversi in questa direzione?
«La Gran Bretagna ha una posizione storicamente diversificata rispetto al resto dei Paesi europei: difende la sua insularità ma insieme rivendica la sua centralità economica in Europa. L’Italia invece è tra i Paesi fondatori della Comunità e ne condivide più pienamente lo spirito. Indubbiamente ci vuole un’Europa più politica, che svolga un ruolo nel mondo, e non sia solo un Moloch burocratico, difensore delle banche e dell’euro. Ma questo gigante si può cambiare solo se vi si resta dentro».
Per questo non vede il rischio, dopo i tentativi di Grexit e Brexit, anche di un’Italy-out, cioè di una richiesta di uscita del nostro Paese dall’Unione e dall’euro?
«No, anche perché si tratterebbe di un suicidio».
Quando parla di un’Europa più politica, immagino si riferisca anche al tema dell’immigrazione. È sufficiente chiedere di redistribuire le quote e di sospendere Schengen per affrontare questa emergenza epocale?
«Penso di no. In primo luogo si dovrebbe rivedere il Trattato di Dublino, che lascia il carico dei profughi solo sui Paesi di prima accoglienza (Italia e Grecia, su tutti). In secondo luogo, anziché tentare di potenziare le frontiere interne, bisognerebbe rafforzare quelle esterne, rendendole più rigide, meno permeabili, posto naturalmente il rispetto dei diritti umani di chi arriva. Da ultimo, ci vorrebbe uno sforzo di intervento nei Paesi di partenza, come Libia e Siria. Come dire, si tratta di una sfida globale per la quale occorre una strategia altrettanto globale».
In questa Europa ancora fragile politicamente che ruolo può svolgere il Partito Popolare Europeo cui lei aderisce?
«Credo che i popolari debbano essere l’argine contro i populisti e incaricarsi di cambiare quest’Europa, chiedendo meno sacrifici ai cittadini e facendo riforme. Solo così si può vincere la demagogia anti-europeista e la sfiducia verso le istituzioni comunitarie».
Il modello di Partito Popolare che vede uniti i moderati (Forza Italia ed Ncd) a Bruxelles è ancora replicabile in Italia o è un progetto ormai tramontato?
«Dipende da quelli di Ncd, certo non da noi forzisti. A Milano c’è stato un segnale di riavvicinamento interessante. Ma l’andazzo nazionale fa pensare che ormai il Nuovo centrodestra, più che ai moderati, sia vicino alla sinistra».
Gianluca Veneziani (L’Intraprendente)

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