La vera sfida dovrebbe essere una legge di stabilità per crescere

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Milano 20 Settembre – Le leggi di stabilità sono tutte per loro natura importanti, ma quella per il 2016 lo è di più e non solo perché il premier Matteo Renzi gioca su questo tavolo la sua personale scommessa politica.

Dopo una crisi devastante in cui il sistema Italia ha perso 10 punti di Prodotto interno lordo e l’industria manifatturiera il 25% della sua produzione, nel 2015 l’agognata ripresa è infatti tornata in pista. Però – ecco un dato che si ripete nel tempo, e da troppo tempo – lo fa ad una velocità ridotta rispetto altri paesi, primi fra tutti la Germania e la Francia (per non dire ora la Spagna oltre gli Stati Uniti ed il Regno Unito).

Un simile gap, che affonda le sue radici nel declino della produttività, in un calo di tensione che ha investito un po’ tutta la società italiana e nei ritardi accumulati pressoché su ogni fronte, è stato fotografato più volte. L’ultima istantanea è quella recentissima del World economic forum con il rapporto 2015 su inclusione e sviluppo: su 112 paesi esaminati, l’Italia è penultima sopra la Grecia. Quindi, l’opzione è secca: o per il 2016 c’è un’accelerazione, sorprendente per qualità e quantità in termini di crescita, o l’Italia, che ancora oggi dispone di una manifattura seconda in Europa alle spalle della Germania, si condanna ad una linea di galleggiamento che non sarà in grado di arginare la pressione competitiva proveniente da tutti i lati del mondo, compreso quello interno europeo già in tensione per la drammatica vicenda dei migranti.

L’aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) è il primo passo che introduce alla Legge di stabilità che dovrà essere presentata alla Commissione europea entro il 15 ottobre. La partita è appena iniziata, e la rivisitazione delle previsioni sul Pil (da +0,7 a +0,9% nel 2015, da +1,4 a +1,6% nel 2016) e sul rapporto deficit/Pil (da 1,8% a 2,2% l’anno prossimo) indicano una rotta, quella di una politica espansiva che promette al contempo di restare ben sotto il fatidico tetto del 3%, ridurre – per la prima volta dopo anni, ma comunque meno di quanto previsto dal Def di aprile – il debito pubblico e abbassare l’esorbitante pressione fiscale. Per l’ormai rodata coppia Renzi-Padoan la strada è tracciata.

Naturalmente, tra l’indicazione di una rotta e il porto d’arrivo c’è un mare di incognite e problemi. Le prime riguardano il quadro internazionale: prospettive di crescita più deboli e visibile sofferenza sull’indirizzo della politica monetaria a tassi zero o comunque bassissimi. I secondi, i problemi, investono la praticabilità di una manovra che, pur presentando target di crescita inferiori ai paesi amici-concorrenti, comporta una difficilissima quadratura dei conti in termini di copertura. Nella manovra da 27 miliardi indicata dal Governo 16 miliardi – di cui 10 come frutto della revisione della spesa pubblica – sono impegnati solo per evitare che dal 2016 scattino le “clausole di salvaguardia” fiscali per garantire all’Europa il rispetto degli obiettivi (altre clausole per circa 54 miliardi sono previste per il 2017 ed il 2018, vere mine a tempo). Escluso il ricorso a nuova tassazione e previsto al contrario l’ampio piano di detassazione (a cominciare da quello per la casa, su cui Bruxelles, Fondo monetario e molti altri storcono il naso e per il quale i Comuni chiedono paralleli fondi compensativi a fronte del calo del gettito), quanta spesa potrà alla fine essere fatta in deficit e quanti altri tagli di spesa dovranno essere messi in conto? E a quanto ammonteranno le risorse per continuare a ridurre la tassazione sul lavoro, ricetta sollecitata dall’Europa?

Bruxelles riconosce al Governo Renzi di aver fatto passi importanti e concreti sulla strada delle riforme. Ma è chiaro che sulla “flessibilità” di bilancio (per Renzi e Padoan significa in totale lo 0,8% del Pil – di cui lo 0,4% già accordato – pari a circa 12 miliardi, più un ulteriore 0,2% da ottenere a titolo di emergenza-immigrazione) si giocherà nelle prossime settimane una partita tutta politica tra il Governo italiano – che conta di mettere all’attivo anche la riforma del Senato come prova del suo impegno a cambiare passo – e Commissione europea. Siamo solo al primo passaggio verso la legge di stabilità 2016, la più importante da molti anni a questa parte.

Guido Gentili (Il Sole 24 Ore)

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