L’accoglienza e il rischio

Esteri Società

Milano 9 Settembre – Permettetemi di farvi oggi un discorso difficile, perfino sgradevole, ma io credo necessario. Negli ultimi ultimi giorni siamo stati tutti impressionati dall’immagine di un bambino morto sulla spiaggia. Un bambino migrante, si è detto, che interpella le nostre coscienze. In qualche modo, noi avremmo colpa di non averlo accolto.

Non che l’Europa non accolga immigranti. I dati non sono chiari, per la confusione generale e anche forse perché non si vuole affrontare la dimensione del problema, ma fonti tutt’altro che xenofobe come il Financial Times calcolano che solo quest’anno arriveranno in Germania 800 mila immigranti non autorizzati.
E’ l’un per cento della popolazione. Se si calcola che la tendenza vada nel senso di un forte aumento di questi numeri, e si considerano ricongiungimenti, nascite eccetera, si può prevedere che nell’ambito di alcuni anni la percentuale di questi nuovi immigrati sul complesso della popolazione andrà a due cifre. Sommandoli alla consistente e solo parzialmente integrata immigrazione turca, balcanica, africana e mediorientale che già costituisce più del 10% della popolazione tedesca, è probabile che prima del 2030 ci saranno regioni intere della Germania in cui la maggioranza sarà di stranieri, in gran parte musulmani.
Lo stesso sta già accadendo in molti altri paesi d’Europa, dalla Svezia (il caso di Malmoe è esemplare) all’Olanda, dal Belgio all’Austria, fino a molte città francesi e inglesi. Non parlo dell’Italia, ma è chiaro che, seppure a un diverso stadio, il problema è lo stesso.

fuga curdi dall'IsisVi chiedete forse che cosa tutto ciò c’entra con la morte del bambino. Una tragedia come questa è un male assoluto, perché mescolarla a questi calcoli? Infatti. Non c’entra. Il bambino è morto su una spiaggia turca, si chiamava Aylan Kurdi, come dice il suo nome era curdo, fuggiva da Kobane, nella zona della Siria dove i curdi sono in maggioranza e sono sottoposti a una campagna di sterminio dello Stato Islamico, cui spesso e volentieri si unisce la Turchia, come ha fatto proprio a Kobane. Il suo problema non era la mancata ospitalità dell’Europa (fra l’altro la sua famiglia aveva cercato invano di ottenere un visto di ingresso non da noi ma in Canada).

Ma ciò che ha spinto questa famiglia e molte altre a fuggire dalla sua casa è la guerra civile siriana, la ferocia degli islamisti, il cinismo di Erdogan, la guerra violentissima che gli stati della regione (l’Irak dai tempi di Saddam, l’Iran da quelli dello Scià, la Siria dalla sua costituzione, innanzitutto però la Turchia) hanno fatto contro il popolo curdo e la sua volontà di avere uno stato. Vale la pena di ricordare che il principale appoggio ai curdi negli ultimi anni è venuto da Israele, che Europa e Usa hanno rifiutato in sostanza di fornire ai curdi le armi per difendersi dall’Isis, fornendo solo il minimo per non far trionfare troppo facilmente l’Isis.

Insomma, non sono gli italiani a doversi discolpare e neanche gli europei, se non per la demenziale politica di appoggio alle rivoluzioni islamiste di quattro anni fa dove la dirigenza europea ha obbedito alla “guida da dietro” di Obama. Ma naturalmente la responsabilità principale è del mondo arabo e in genere islamico, che non riesce a risolvere in maniera pacifica i conflitti che lo dilaniano e si rifiuta di alleviarne le conseguenze.turchia-confine-fuga-curdi-siria
Ci sono molti rifugiati siriani in Giordania, Libano e Turchia ( trattati male e incoraggiati a fuggire). Ma neanche uno in Arabia Saudita, in Qatar, Kuwait, nei ricchi stati del petrolio, che trattano in genere i lavoratori stranieri come schiavi.

Eventualmente vi è una forte responsabilità della Russia, che è una delle parti combattenti nella guerra siriana con un forte apparato militare schierato sul terreno. Se ci si vuole porre in maniera ragionevole il problema delle responsabilità delle tragedie dell’emigrazione, bisogna guardare a chi le determina, le controlla, le favorisce, ci specula, avendo il controllo del territorio di partenza, non su chi ne costituisce l’obiettivo e ne è dunque vittima come i migranti. Il problema è che quella foto è stata scelta come simbolo da qualche “spin doctor” dell’opinione pubblica, come quella del cormorano nel petrolio della prima guerra del golfo nel 1991, o per tornare molto più vicini a noi, quella del ragazzino Tamimi che un militare israeliano ha cercato di arrestare cadendo in una trappola mediatica di cui abbiamo parlato molto qualche giorno fa, come immagine strappalacrime per incoraggiarci a essere “accoglienti”.Nabi_Saleh.2

Le foto possono essere tecnicamente taroccate o anche vere (nel senso di ritrarre una scena che effettivamente si è svolta, o almeno una sua parte). Ma contrariamente a quel che dicono molti, non valgono cento parole. Spesso ingannano e comunque danno più spazio all’emozione che alla razionalità, come spiega Marco Reis.
Quel che conta è come sono contestualizzate e come sono usate per influenzare l’opinione pubblica. Quella del bambino curdo è stata usata per sostenere un tema con cui c’entra davvero poco. Ma è stata usata molto, da una stampa e da politici che intendono influenzare emotivamente l’opinione pubblica a sentirsi in colpa per l’immigrazione non autorizzata (continuo a usare il termine più neutro che mi riesce, proprio per non dare al ragionamento una tonalità emotiva).

Prima conclusione di questo ragionamento infatti è che vi è un estremo bisogno di lucidità e di razionalità riguardo a questo tema, che bisogna cercare di non farsi influenzare dalle connotazioni emotive che molti cercano di inserirvi, soprattutto con le immagini. La morte del bambino è una tragedia come la morte di tutti e in particolare dei bambini. Ma non basta l’emozione e il desiderio. Il problema sono le cause di quest’esito e i possibili risultati. La causa non è la guerra, né la fame, né la globalizzazione. Guerre da quelle parti ce ne sono sempre state. Magari non guerre civili nei paesi arabi, ma guerre interstatuali islamiche (basta pensare all’Irak e all’Iran) e civili (in Yemen da sempre, più volte in Algeria, Siria, Irak).
Per non parlare dell’Africa. La fame e la povertà, come ha documentato di recente l’Onu, sono molto diminuite negli ultimi decenni.

Allora perché l’esodo oggi? La sola risposta ragionevole, anche se sgradevole, è che l’Europa ha dimostrato di essere disposta ad apprire le porte, se costretta.
E’ l’accoglienza che crea l’esodo, sia politico che economico, non viceversa.
Una volta che una strada è aperta, sarà sempre più difficile chiuderla.
E’ il caso di quel che sta accadendo nei Balcani. Che qualche migliaia di persone siano riuscite a sfondare le barriere di cinque o sei confini, non comporta la sistemazione di questo gruppo, tutto sommato piccolo. Ma degli altri, molti di più, che li seguiranno. Perché l’Europa dovrebbe incoraggiare questo movimento? Anzi, perché di fatto lo fa? Questo è un problema che dovremmo porci tutti.

E’ chiaro che anche prendendoci decine di milioni di immigrati, non siamo in grado di risolvere i problemi delle guerre e dell’economia che li spingono a partire. Basta confrontare le dimensioni dell’Europa con quelle dell’Africa e del Medio Oriente su un mappamondo per capirlo. Ma soprattutto c’è il problema delle conseguenze. Gli immigrati potenziali in attesa di passare i confini sono decine di milioni, col tempo e l’accoglienza si moltiplicheranno. Quali saranno le conseguenze per i cittadini europei, per i loro stati, per la loro democrazia. Se evitiamo la retorica dell’accoglienza che risolve tutti i problemi, basta una visita in uno dei quartieri islamizzati di Anversa, Bruxelles, Londra, Colonia, Malmoe, o anche dalle parti di Porta Palazzo a Torino o della Comasina a Milano per avere la risposta: tutto il peggio dell’integralismo islamico, la violenza, la servitù femminile, l’incuria per il bene pubblico, l’antisemitismo musulmano, il tentativo minaccioso di instaurare zone extralegali in cui regna la sharia, l’estensione di presenze e atti del terrorismo islamico.

Bat Ye’or

Quando ho iniziato a scrivere queste cartoline, sei anni fa, ho preso a prestito l’espressione “Eurabia” da Bat Ye’ or, perché già allora era chiara la tendenza all’islamizzazione dell’Europa. Ora questa enorme ondata di immigrazione ripropone il problema non come una prospettiva, ma come un pericolo immediato: la perdita dell’identità e anche del funzionamento civile e culturale del nostro continente sono dietro l’angolo. La pace civile, i diritti della persona, la democrazia, la scienza e la cultura, la tolleranza religiosa, la prosperità economica in cui viviamo non sono il frutto di un destino immutabile, ma della storia e della cultura.

In Medio Oriente, a parte Israele, non ci sono. E la gente, anche se viaggia senza bagaglio, si porta dietro la propria cultura. Nel casoi dell’Islam, ha una forte spinta a imporla agli altri, come ha fatto su tutta la sponda sud del Mediterraneo. Anche senza pensare a un piano di conquista attraverso la demografia, che pure è stato enunciato esplicitamente spesso da religiosi e politici islamisti, la presenza di una consistente e crescente minoranza musulmana in Europa porrà in prospettiva non il problema degli immigrati alla cultura europea, ma dell’Europa al Medio Oriente. Siamo pronti a diventare qualcosa come il Libano o l’Armenia sotto l’impero Ottomano? E dato che i cittadini europei, benché fortemente colpevolizzati già reagiscono a questa presa di potere a macchia di leopardo, già si oppongono, già sostengono le forze politiche non tutte democratiche che ne fanno un punto qualificante, la sicurezza è che se le cose continuano così ci sarà in Europa una terribile violenza, una forte spinta per i movimenti neofascisti, in prospettiva seri rischi di guerra civile.

E’ questo il senso dell’”accoglienza”, che certo non impedirà altre tragedie come quelle del piccolo Aylan, anzi le moltiplicherà, salvo che l’Europa non decida di abbandonare completamente la propria sovranità, abolire i confini e aprire la strada senza controlli a chiunque vorrà entrarvi con qualunque mezzo, diventando subito una nuova Siria. Siamo di fronte a rischi tremendi, su cui nessun governo sembra avere piani chiari, mentre ripete ritornelli buonisti. E’ di questo che bisogna discutere, non della morte di un bimbo su cui tutti siamo d’accordo che aveva il diritto di vivere. Ma non a Torino o a Lione.

Ugo Volli 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.