Aylan, accoglienza e dignità: perché non ho condiviso quella foto

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Milano 7 Settembre – Ha fatto il giro dei social network, delle cancellerie internazionali, dei giornali e dei talk show. Ha smosso governi, causato vertici straordinari di emergenza, ha fatto sgorgare dall’inerzia piatta delle politiche europee un fiume in piena di parole. Ma non ha trovato dimora nei miei profili social.

Diversi studi sulla comunicazione di massa nell’era dei social media, hanno appurato l’estrema volatilità delle comunità on-line, riunite sotto hashtag o altri collegamenti: tanto forte la reazione emotiva che spinge la condivisione e la partecipazione al momento, quanto veloce la sua disgregazione. Manuel Castells in proposito parla di “Networked individualism”: una società di individui che si collegano di volta in volta per propri scopi di informazione o per reazioni emotive, ma che non diventano mai collettività. Semplicemente individui, collegati momentaneamente da legami di scopo o emotivi. Questo molto in breve.

La foto di Aylan, bambino siriano annegato mentre tentava la fuga dalla Turchia, è stata nient’altro che questo. Un’hashtag, come un altro, che ha raccolto intorno a sé folle di individui pronti a commuoversi tutti insieme non più come della morte di Michael Jackson.

Non voglio giudicare nessuno, sia chiaro. La prima volta che ho visto la foto mi sono corsi brividi freddi lungo la schiena, mi è salito l’odio verso tutti i responsabili di questa morte atroce, dagli scafisti a Obama. Ho letto la storia, ho letto le dichiarazioni della fotografa autrice dello scatto, si è detta “pietrificata” alla vista di quel corpo. Non abbastanza evidentemente dal ritrarlo da diverse angolazioni. Spera che quella foto possa cambiare le cose, ha detto la foto-reporter turca.

Ed effettivamente qualcosa è successo: il premier inglese David Cameron si è detto “deeply moved” da questa foto, e ha annunciato l’accoglienza di nuovi profughi siriani. Con una differenza: andrà a prenderli direttamente nei campi profughi siriani e li porterà in aereo in Inghilterra.

Quindi la foto voleva causare una diffusa reazione emotiva, strumentale al “cambiare le cose”. Per quanto la causa possa essere nobile, e per quanto lo shock che si prova guardando la foto sia enorme, non voglio e non posso permettermi di essere d’accordo con questa impostazione.

Accoglienza vuol dire garantire dignità alla persona che fugge, e tale dignità si estende anche alla morte, nel rispetto del corpo nella tragedia. E la dignità di una persona, di un bambino, vale più di qualsiasi altra cosa al mondo, non è barattabile. Inoltre non è il primo bambino che muore in queste condizioni, e non è stato neanche l’ultimo. Ma nessuno prima si era così scandalizzato, e ora sta già scomparendo l’effetto anche di questa foto.

In realtà una cosa simile era successa anche dopo gli 800 morti nel canale di Sicilia a maggio scorso. Scandalo e strappar di vesti, ma niente è cambiato. Anzi i morti sono all’ordine del giorno, ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine, non ci smuove più come prima. E così sarà per la prossima foto di un bambino morto sulla spiaggia: ci commuoveremo, si, ma poi passeremo alla notizia successiva, e del bambino morto ce ne ricorderemo fino a cena, se va bene.

La reazione emotiva è potente, è vero, ma volatile. Tutto, nell’era dei social, sembra muoversi solo grazie a questo: un’emozione, che sia rabbia o pietà o euforia, è capace di smuovere addirittura i governi. Chi ha capito questo è disposto addirittura a strumentalizzare il corpo morto di un bambino, drammaticamente disarticolato e bocconi su una spiaggia. All’emotività utile di un momento è sacrificata la dignità umana.

Non possiamo permetterci di ragionare solo emotivamente, dobbiamo andare oltre, elaborare una risposta razionale e pensarci quando (se mai succederà) torneremo nella cabina elettorale. Sono morte circa 250.000 persone prima di quel bambino, nessuno però prima ha allargato l’orizzonte oltre la sua personale pietà.

Nella società sempre più individualista in cui viviamo anche la morte di un bambino rientra nella nostra sfera di consumo, e diventa fonte di legami per sentirsi parte di un nulla effimero di persone che condividono la nostra stessa emozione. Così semplice che basta qualche esperto in comunicazione di massa che spinga nel verso giusto, per indirizzare intere politiche governative. Più potente addirittura del voto. È in discussione il nostro essere cittadini di un paese democratico contro l’essere utenti/consumatori in una società di consumo. Per questo io non ci sto, e non condividerò mai la foto di Aylan per una causa, fosse la più nobile e giusta che esista.

Gabriele Legramandi

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