Tutti i no alla riapertura dei navigli

Milano

Gianni Beltrame urbanista e professore al Politecnico di Milano, che a lungo ha studiato la realtà dei Navigli. «Sono assolutamente contrario — afferma Beltrame — alle cose che dicono questi signori, che io ho denominato gli “scoperchiatori facili”. Il progetto non è attuabile per tanti motivi» All’interno delle tante motivazioni che renderebbero inapplicabile il progetto della riapertura dei canali, vanno sicuramente tenuti in considerazioni due fattori secondo Beltrame: per prima cosa i navigli sono un sistema di trasporto di concezione medioevale — decaduto per ragioni di evoluzione dei trasporti stessi — oggi non più recuperabili né riutilizzabili. E poi il sistema idraulico milanese è vecchio e ha scarsità di acqua.

Inoltre il progetto pensato per riaprire i Navigli potrebbe risultare carente anche dal punto di vista storico-turistico. «Attorno ai Navigli — continua Beltrame — non c’è quasi più niente da vedere e da ricordare. Riscoprire i Navigli non significa riscoprire l’ambiente suggestivo ottocentesco intorno ai canali. La città negli anni si è ricostruita, cancellando quasi al cento per cento quei luoghi storici legati ai Navigli, ecco perché riproporre dei piccoli canali così come pensati nel progetto in atto, porterà solo a degli squallidi tagli nell’asfalto di una città che non richiama più ambienti e luoghi suggestivi. In poche parole la città dei Navigli non esiste più». E semmai si volesse provare a ricostruire il passato bisogna partire dall’idea che «la possibilità di restituire a Milano e ai milanesi una bellezza scomparsa, deve riconoscere che questa bellezza è scomparsa davvero. La città è cresciuta senza voler conservare una memoria di se stessa».

E ancora «È un’idea falsa dire ai cittadini — sottolinea Beltrame — “guardate com’erano belli i navigli. Ve li restituiamo”. Non si restituisce niente. Riproporre un canale di cemento senza nulla attorno è un’operazione senza senso». per far ripenetrare l’acqua nella cerchia. Ecco perché credo che le cifre sbandierate dai fautori di questo progetto siano sottostimate».(intervista pubblicata da Linkiesta)

Beatrice Majone, ingegnere, esperta in idraulica e vicepresidente dell’Associazione idrotecnica italiana, fondata nel 1923 risponde sulla fattibilità della riapertura dei Navigli in una intervista ne Il Giornale dell’ingegnere.

Riaprire i navigli provocherebbe nuovi problemi per la viabilità.

“Se c’è un corso d’acqua, ci devono essere dei ponti per attraversarlo. Un ponte in città è funzionale se a raso, perchè una salita e una discesa provocherebbero dei rallentamenti al traffico. Ma se si dovesse prevedere il passaggio di battelli, specialmente a scopo turistico, si dovrebbe scavare più in basso. Ne conseguirebbe che dalla barca si vedrebbero più che altro degli alti muri di sponda. Sul Naviglio grande ci sono ponti alti, come si vede, perchè passavano imbarcazioni di una certa dimensione. Non è immaginabile che ponti simili possano esserci in zone centrali come Fatebenefratelli o San Marco?”

Il materiale sottostante potrebbe risultare contaminato?

“Ci sono buone probabilità, e le bonifiche sono un altro tema da mettere in conto”.

Andrebbero riorganizzati i sottoservizi.

“Sì, e tra gas, acqua, fibre ottiche, telefonia, c’è una grande quantità di linee da gestire”.

Sarebbe un cantiere complesso.

“Soldi, tempi, disagi. La cantierizzazione avrebbe un impatto pazzesco su Milano. Se anche i soldi fossero immediatamente disponibili, e non sono pochi, occorrerebbero almeno 5-6 anni. L’aspetto legato ai disagi per il traffico è stato studiato da Giorgio Goggi, ex assessore ai trasporti”

Il suo responso?

“Dice che gli scompensi per la circolazione sarebbero enormi. Sconsiglia. Poi non ci sono solo le conseguenze sul traffico. Pensi a quelle sui negozi, e gli indennizzi che andrebbero pagati. E poi l’esperienza insegna che certi cantieri si sa quando cominciano, ma non quando finiscono. Per il Passante ci abbiamo messo vent’anni. Per non parlare dei parcheggi”.

Gillo Dorfless, critico e storico dell’arte, sintetizza sul Corriere “Ritengo che Milano sia un caso tra i più tipici di una vecchia metropoli che ha cambiato la sua struttura organica che viene dal passato. Sarebbe «peccaminoso» non rispettare queste diverse stratificazioni che costituiscono le caratteristiche fondamentali della città, non solo per quanto riguarda le vie di accesso ma anche in relazione ai suoi anelli, soprattutto quello che cinge il centro storico.

Il Naviglio da tempo non scorre più nel centro di Milano; lo ricordo quando andavo a trovare i miei nonni e bisnonni nella loro casa di corso Venezia 46, ma erano altri tempi e il traffico urbano era molto limitato rispetto alle dimensioni di oggi.”

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