Milano e il suo lato oscuro, squarciato da una lama

Milano

“Milano vicina all’Europa. Milano che banche, che cambi!”, cantava il compianto Lucio Dalla. Milano città di accoltellati e di accoltellatori, raccontano le cronache di oggi (e di domani). Sì, perché questo è il dato di realtà su cui riflettere, la “cosa” traumatica con cui dobbiamo fare i conti, questa è la notizia. Tralasciamo deliberatamente il coinvolgimento dei belli, ricchi e famosi, ignoriamo metodicamente l’uso e l’abuso che dell’accadimento faranno i pettegoli digitali dei social, i voyeur tecnologici, gli sciacalli sedentari delle vite altrui e, forse, le stesse vittime di questa violenza, spinte dalla compulsiva ricerca delle scintillanti superfici mediatiche. Dimentichiamo tutto questo, per una volta, dimentichiamo pure i nomi, i cognomi, i volti fotogenici. Il crudo dato di realtà, liberato dall’involucro di una celebrità facilissima ed effimera, è questo: un ragazzo di diciannove anni è stato brutalmente accoltellato con svariati fendenti all’uscita di una discoteca rinomata in pieno centro a Milano. Il fatto di sangue è avvenuto a due passi dal Palazzo dell’Arte, istituzione di prestigio internazionale, capolavoro di architettura, sede del Museo del Design, vanto di quella Milano che ama rappresentarsi come evoluta, ultramoderna, europea, sofisticata, civilissima e squisitamente esangue.

La domanda

Trascuriamo deliberatamente anche la cosiddetta “dinamica” dell’accadimento, al momento ancora oscura e, per altro, simile a mille altre: una lite in discoteca è sfociata in un crimine violento. Questo, e solo questo, nella sua nudità didascalica, ci deve interpellare: all’uscita delle discoteche alla moda delle nostre città alla moda, la gente si prende a coltellate. Oggi siamo venuti a saperlo perché la vittima del coltello – cui rivolgiamo i nostri migliori auguri – è a suo modo celebre ma, come dicevamo, non dobbiamo lasciarci distrarre da questo aspetto. Il punto cruciale è che gli accoltellamenti in simili situazioni sono frequenti, abituali, quasi all’ordine del giorno (anzi, della notte). Il punto è che sotto la patina scintillante della vita notturna delle nostre città scintillanti cova la violenza ferina. La città del lavoro, del progetto, del futuro, la città adulta a quell’ora dorme o, talvolta, già si prepara a un’alba operosa e, intanto, le discoteche, centri pulsanti della città dei ragazzi, si trasformano in ancestrali fosse di combattimento, in antri lussuosi di scatenamento di pulsioni sessuali e aggressive.

La brutalità

In questa schizofrenia notturna alligna, indubbiamente, una componente atavica. Si palesa qui lo spettro di una brutalità primigenia che la civiltà può solamente sedare, blandire, mai sopprimere. E, infatti, anche in questo caso, i testimoni descrivono gli accoltellatori come “animali”. C’è, però, anche qualcos’altro, qualcosa di più sinistro, di più inquietante. L’animalità dell’uomo non spiega tutto. Ricondurre tutto a essa significa cavarsela a buon mercato. Questo genere di violenze, questi accoltellatori da febbre del sabato sera sono anche il frutto della nostra civiltà, del suo scintillante, vacuo trionfo, non solo della sua resa. E’ la nostra civilizzazione schizoide che dobbiamo interrogare se vogliamo una risposta riguardo alla violenza da discoteca, è il nostro stile di vita. Quel coltello brandito nel parcheggio dell’Old Fashion è il lato oscuro di una società per la quale la vita si riduce interamente allo stile di vita. —

Antonio Scurati (La Stampa) 

Milano Post

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