Silvio Berlusconi: «La politica estera non può ridursi a un’esibizione muscolare. È in gioco l’Europa”

Politica

Milano 30 Giugno – Silvio Berlusconi rompe il silenzio e scrive una lettera al Corriere e parla di immigrazione, di Europa, di solidarietà. E’ un’analisi che ricorda il sogno dei Membri Fondatori, che legge con lucidità le difficoltà del presente, che auspica umanità e condivisione. Ed è, in sintesi, la sua idea di politica estera, nel segno di un’Italia protagonista in Europa. Di seguito il testo integrale della lettera pubblicata dal Corriere.

“Il Consiglio europeo di questi giorni a Bruxelles suscita un’attenzione ben diversa rispetto ai precedenti appuntamenti, per via delle aspre polemiche sulla gestione del fenomeno migratorio, tanto da monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto agli altri importanti temi previsti in agenda. Su questa questione davvero si gioca il destino dell’Europa, almeno dell’Europa che noi abbiamo conosciuto, che è nata dal grande sogno della nostra generazione, dalla visione e dai progetti dei Padri Fondatori. Non c’è dubbio, la costruzione europea si è allontanata progressivamente, negli anni, da quel sogno, da quella prospettiva affascinante di un grande spazio di pace e di libertà, basato su valori comuni, su una comune appartenenza dei popoli europei, capace di far pesare il suo ruolo nel mondo attraverso una politica estera e di difesa comune, dapprima come grande spazio economico per poi diventare modello di benessere e di convivenza civile tra i popoli.

Quest’Europa ci ha assicurato settant’anni di pace, e non è poco, visto che gli stessi confini che oggi persone e merci attraversano senza neppure mostrare un documento sono quelli per difendere i quali milioni di ragazzi europei hanno versato il loro sangue pochi decenni fa. Un traguardo importantissimo, per chi ricorda gli orrori della guerra. Ma ahimè non più sufficiente, ormai.In questi giorni, o comunque nelle prossime settimane, capiremo se vi sia ancora una speranza per la nostra idea di Europa, oppure se l’Europa degli egoismi nazionali, delle burocrazie ottuse, delle regole scritte nell’interesse di pochi abbia definitivamente prevalso. In questo caso, temo che la costruzione europea non abbia un futuro.

La capacità dell’Europa di dare una risposta unita e solidale a un dramma epocale come le migrazioni definirà l’avvenire del sogno europeo. Le migrazioni sono una questione europea per eccellenza, perché nessun migrante dalle coste libiche si imbarca su un canotto per raggiungere Lampedusa, o fermarsi in Sicilia, o nel sud Italia: la loro meta è il cuore dell’Europa. Paradossalmente hanno un’idea di Europa più avanzata della nostra: l’Europa come unica entità — non un singolo Paese — rappresenta per loro un modello di benessere, di sicurezza, di civiltà del quale con disperata ingenuità aspirano a far parte. È appena il caso di ricordare ancora una volta che l’ultimo governo italiano ad affrontare questo problema in modo adeguato fu il nostro, che riuscì praticamente ad azzerare gli sbarchi tramite accordi con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Da allora la debolezza della posizione italiana, negli anni dei governi della sinistra, unita alla sopravvenuta instabilità dei Paesi di partenza dei migranti, come la Libia, ha determinato la situazione di oggi, nella quale almeno 500.000 irregolari stazionano senza prospettive nel nostro Paese.

Ma il nostro Paese non è più disposto ad essere il ventre molle d’Europa, e a doversi far carico da solo dell’emergenza migratoria, in nome di una retorica dell’accoglienza tanto astratta quanto pericolosa. Una retorica che ha rimosso la parte più difficile dello sforzo di salvataggio: ovvero quella sulla terra ferma, la gestione e la integrazione di un flusso incontrollato di persone di varie etnie, una retorica che ha fatto finta che bastasse salvare la vita di tanti disperati per essere in pace con le nostre coscienze, scaricando sulle comunità e sui territori il costo sociale di tale faciloneria.Ecco perché l’Italia deve anche a respingere al mittente con forza gli inaccettabili giudizi sulla nostra Patria, a maggior ragione se espressi da nazioni come la Francia, che ha gravissime responsabilità nell’aver determinato la tragedia libica, e quindi il riesplodere dell’emergenza immigrazione.

Saremo come sempre pronti in Parlamento ad appoggiare quelle decisioni volte a chiedere e ottenere che l’Europa sia finalmente solidale, sia davvero unita e lungimirante nelle scelte necessarie per affrontare l’emergenza: per esempio i centri di accoglienza in territorio africano per determinare lì, prima della partenza, chi abbia diritto alla condizione di rifugiato e chi invece debba essere rimpatriato, oppure l’assegnazione di adeguate risorse al Trust Fund per l’Africa, primo nucleo di quel Piano Marshall per il continente africano che è l’unico strumento — al di là dell’emergenza — per risolvere davvero con uno sforzo coordinato, deciso e di lungo termine un fenomeno potenzialmente devastante sia per l’Africa che per l’Europa. Sono tutte soluzioni che siamo stati i primi ad indicare e che oggi finalmente sono in molti a considerare come le uniche strade praticabili.

Però attenzione: se può essere giusto battere i pugni sul tavolo, anche a difesa della dignità nazionale, la politica estera del nostro Paese non può ridursi ad un’esibizione muscolare che non saremmo neppure in grado di sostenere.Senza l’Europa, o contro l’Europa, i problemi si aggravano, non si risolvono. I nostri governi, posso dirlo per esperienza diretta, hanno ottenuto buoni risultati in Europa soprattutto quando hanno saputo convincere, coalizzare, costruire alleanze. Con questo metodo, per esempio, siamo riusciti a portare Mario Draghi alla guida della Bce, una scelta che si è rivelata decisiva negli anni per ottenere dalla Banca centrale una politica monetaria più favorevole all’Italia.

Ma non tutti coloro che sembrano difendere i nostri stessi principi sono in realtà nostri alleati. Sarebbe ingenuo per esempio pensare che possano esserlo, su questo tema, i paesi del gruppo di Visegrad, o la Csu tedesca, che hanno per obbiettivo non la difesa delle frontiere europee, ma quella delle loro frontiere nazionali. Questo significherebbe rimandare i migranti, nella maggior parte dei casi, proprio in Italia. Non è questo che ci aspettiamo dall’Europa, ovviamente. Ci aspettiamo che le classi dirigenti europee si dimostrino lungimiranti e che il governo italiano sappia sollecitarne il senso di responsabilità con grande dignità e senza inutili contrapposizioni.

Nelle prossime settimane vi saranno grandi decisioni da assumere, rispetto alle quali il Consiglio europeo rappresenta un primo fondamentale passaggio nel determinare gli indirizzi politici comuni. Non mi riferisco solo all’immigrazione, anche se quello dei migranti è il tema di più drammatica evidenza perché più sentito dai nostri connazionali. Vi sono questioni sulla governance economica dell’Europa con ricadute altrettanto importanti anche se non di immediata evidenza per il cittadino, e rispetto alle quali non possiamo farci sorprendere ed essere ancora una volta penalizzati dalle decisioni di altri Paesi come nel caso delle norme europee sul salvataggio delle banche.

Su tutto questo posso solo augurarmi — da italiano — che il Governo sia davvero in grado di tutelare le nostre ragioni e i nostri legittimi interessi. Sono le ragioni e gli interessi di un’Italia che non può fare a meno dell’Europa, e di un Europa che non può fare a meno dell’Italia. Mi auguro che vi sia la capacità di farlo comprendere ai partner europei, e che i governi amici si rendano conto che non ci sono alternative per salvare l’Europa e quindi anche sé stessi.”

Silvio Berlusconi

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