Russia: Musikà per i Mugikà qualunque

Le tre forze della Russia contemporanea sconosciuta, Putin, Kadyrov ed il gruppo pop Leningrad

All’inizio c’era il mug. Mug, la cui “g” è da leggersi in finale come una j strascinata lungamente come, recitano i manuali scolastici di lingua, la j di ingénieur. Che è poi una delle poche lettere di derivazione cinese dell’alfabeto cirillico fondato maggiormente su basi greche e latine.

Mug, un tempo l’uomo, prima che la parola indicasse il marito, per conseguenza dell’andarezamugem (замужем) –versus mug- della donna, cui toccava il verbo di movimento specifico del muoversi femminile verso il mug, nel maritarsi, nell’impalparsi, per assumerne il nome in modalità aggettivale, come cosa sua.

E dal mug, venne il mugik, riduttivamente tradotto nel contadino, ma perché no anche in un cowboy della steppa, questo sarmato bagnato dall’inondazione mongola, che gli lasciò in eredità il nomadismo in terre sconfinate, la leggiadria nel cavalcare, anzi, nel vivere – dormire, mangiare, giocare – sopra e con il cavallo.

E’ uno comune, il mugik, uno di noi – mi– uno del nostro mir che è insieme villaggio, paese, mondo, tutta la Terra e, se le cose vanno come va al mugik, anche la Pace, quando si può dormire, fumare ed ovviamente bere. Così vive il mugik  con lo sguardo benevolo e compassionevole ed insieme improvvisamente violento verso le donne; in pace con una natura che non desidera violentare ma che all’occorrenza saccheggia senza pietà. Il mugik è anche però un tipo straordinario che non molla mai attaccato con i denti all’ultimo filamento di tendine dell’avversario che crede di averlo abbattuto, felice di stare lontano dallo zar e dai suoi emissari che lo imprigionano nei plotoni di soldati  come dall’ebreo, che lo caccia per insegnargli a leggere e scrivere ed imprigionarlo con le carte.

Sul mugik indifferente è crollato lo zarismo, senza soluzione di continuità è esploso ed è imploso il comunismo. E -vseravnò- un po’ volgarmente come il nostro – che ce frega-  passa il sovietozarismoputiniano senza che il mugiko faccia una piega. Né lo smuovono gli ori delle cattedrali, i picchi delle ballerine del Marinsky, le guarnigioni in marcia sulla Piazza Rossa.

La voce del mugik anzi al plurale – mugikà- è divenuta la sua musikà. La musica di 14 mugiki di San Pietroburgo che nel nel 1997 si diedero il vecchio nome della prima capitale sovietica – Leningrad-  quando richiamarsi al vecchio nome evocava un fastidioso e puzzolente nostalgismo paragonabile all’essere craxiani appena dopo Mani Pulite. Il frontman Sergei Shnurov che non sembrava un gigolò pieno di se stesso come appare ora nelle copertine delle riviste, riuniva un ensemble da jam session, da banda di paese, da zingarata, con tamburi, ottoni o anche solo tipi strani, facce e corpi da minatori, muratori, tassisti, inguardabili nella libera danza moderna.  Senza melodia, senza armonia, senza versi struggenti da accademia la Gruppirovka dei mugiki, si limitò, come riferisce Shnurov, nel volume a loro intitolato nel 2017, a musicare le cose belle della vita, quello che interessa il mugik, come i 500 grammi di vodka e le debi, diminuitivo di debuska, ragazza, che è il corrispettivo più brutale di baby doll.

La musikà per mugikà presto da metà 2000 ha cominciato ad imperversare malgrado l’astio, l’esclusione e la censura di radio e tv, dei politici vecchi, nuovi e nuovissimi.  E’ stato scritto giustamente sulla rivista “Afisha” che i Leningrad sono calati sulla musica pop russa, tutta “amo te, non vivo senza te” rapidamente, brutalmente, irrevocabilmente e vertiginosamente, distruggendone e ridicolizzandone ritmi, timbri e immagini. Una rivoluzione culturale basata sull’uso massivo dalla forza culturale nucleare di una parola volgare, da sempre interdetta e proibita dall’alto tasso di perbenismo staliniano di cui è ancora intrisa l’educaton accademica e non: – chui-, (da tradurre in cazzo). Decine di canzoni del gruppo sono divenute popolari senza avere nemmeno un titolo, dato che anche on line il chui veniva sostituito da svariate xxxx. Quando la Duma ha proibito di trasmettere concerti con canzoni volgari, i Leningrad si sono scatenati per tutta la Russia in concerti imbloccabili, che ricordavano quelli di Visotskji che in epoca brezneviana attirava decine di migliaia di sovietici tesserati al partito (partinnie) e non (bez party). Assistere ad Ufa come a Krasnojarsk al concerto dei Leningrad, circondati a vista da una massa di soldati e poliziotti, a loro volta avvolti dall’anello infinito del pubblico che con violenza risponde ritmicamente al ritornello Chui Chui (Cazzo Cazzo) fa capire che l’unica opposizione a Putin (Kadyrov) è costituita dai Leningrad. Che però come già Visotskji a suo tempo, non amano dissidenti e Navalnj, filoeuropei ed intellighienti. Le donne, come diventano troppo brave e leader come Yuliya Kogan e la Alice Vox vengono cacciate. Nel linguaggio dei Leningrad, identico a quello dei tanti mugiki della strada, i negri sono chiamati scimmie, gli occidentali merda, i politici azzurri (gay), le debi stanno in adorazione del pene, piangono per il prezzo delle borse di Prada, vogliono tette più grosse, e vestono jeans strettissimi da essere cazzuti, per esporre il culo al museo  in concorrenza con i canova. E’ la scoperta russa di una versione slava di dolce vita che ovviamente non può che esserne la versione brutale (Жестокийроманс) dove la rivelazione chei “kandidatipidory!”(i candidati sono froci), è divenuto un fortunato slogan dell’astensione elettorale antiputiniana. Provenienti da Peter (il nomignolo di San Pietroburgo) come Putin e fratelli, i Leningrad hanno sbeffeggiato la Capitale del nord BolscheNikogo ( il grande niente)del 2010 ridicolizzandola come centro di alcolismo e criminalità; nel 2016 in un fortunato riff identificando Peter con pit (bere, ubriacarsi). L’ironia russa è nel gruppo materialmente visibile, nel ridicolizzare la musica pop e pop rockrussa, i cliché culturali e politici tradizionali. Solo Albano, Pupo ed i Ricchi Poveri sempre popolarissimi in Russia resistono al loro effetto devastante. Chi anche di mediobassa cultura abbia letto il loro libro autobiografico del 2017 autodefinito “un insieme di ricordi da prendere come una specie di autoritratto collettivo”, ci ha visto una massa di pensieri espressi come venivano in testa mentre il vuoto gallegiava in quella testa. Per comprenderlo, ecco la parafrasi di “Musica da uomini”. Solo in Russia, unico paese che ha una festa dell’uomo, è accettata l’idea della musica da uomini che si contrappone a quella colta ed elegante da signore.

La musica da mugiko va e scorre, semplice, un generoso frastuono senza tante complicazioni e giudizi; è una pausa dalla depressione che precede l’ubriacatura, è una boccata d’aria. Come nel francese parlato e non nel russo scritto, si usano i plurali collettivi, che come in latino finiscono in “a”e che la parlata di strada vuole accentati. E ecco i delà, i krassatà, voinà, musikà, mugikà. Accenti che facilitano l’adesione delle parole cantate sempre velocissime ai ritmi pop.

Non è armonica, non è sublime, né pesante, né leggera, un ritornello di bimbi, un coro da stadio. E vada come vada, ci sia l’amore o no, l’importante è il ritmo, sarà sempre – mnisctiak- fantastica, parola che si accompagna bene al nikak – in nessun modo, in nessun luogo, non so come. E che con il finale in –ak ha un suono tataroucraio popolarvolgare efficace, tanto da assomigliare foneticamente alla versione dispregiativa della parola che indica il sesso femminile, assai simile nel suono alla nostra parola -pizza-

E sognandola uscendo dall’ubriacatura sotto il tavolo, tra postumi e provocazioni della vita, la guarderà, e la riconoscera come la sua musa.

Будеткакбудет, а будетништяк,

Ковсемприходитчувакдепрессняк.

Бросьты, непарься, ведьвсякобывает,

Музыкажить и любитьпомогает.

Музыкадлямужиканитяжела, нилегка,

Длямужикамузыка, словноглотоквоздуха.

Музыкадлямужиканитяжела, нилегка,

Длямужикамузыка, словноглотоквоздуха.

Любит, нелюбит, всёбудетништяк,

Будеткакбудет, а будетникак.

В жизнидоброесть, но и естьзло,

Строить и житьпомогаетмузло.

Музыкадлямужиканитяжела, нилегка,

Длямужикамузыка, словноглотоквоздуха.

Музыкадлямужиканитяжела, нилегка,

Длямужикамузыка, словноглотоквоздуха.

Будеткакбудет, а будетништяк,

Пускайуходитчувакдепрессняк,

Отходняки, провокация, главное, этомузация.

Музыкадлямужика.

Музыкадлямужика.

Sarà come sarà, ma sarà fantastico

Sorella depressione viene a tutti.

Getta te stesso, non ti preoccupare, perché tutto accade,

La musica da vivere e l’amore aiuta.

La musica per il contadino non è né pesante né leggera,

Per la musica contadina, come una boccata d’aria.

La musica per il contadino non è né pesante né leggera,

Per la musica contadina, come una boccata d’aria.

Ama, non amare, ugualmente fantastico,

Sarà, non sarà, non così non come

Nella vita c’è il bene, ma c’è il male

Costruire e vivere aiuta il ritmo

La musica per il mugik non è né pesante né leggera,

Mugik per la musica, come una boccata d’aria.

La musica per il contadino non è né pesante né leggera,

Mugik per la musica, come una boccata d’aria.

Sarà come sarà, ma sarà fantastico,

Lascia che se ne vada sorella depressione

Postumi, provocazione, soprattutto, la sua musa

Musica per il Mugik

Musica per il Mugik.

 

Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli '80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell'Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore Agenda news UilCom Capitale. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016. E' in corso di uscita Renzaurazione.

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