Enzo Jannacci, la sua Milano e quella voce sospesa su un trapezio di sogni

Milano 14 Giugno – Ho capito Milano con Enzo Jannacci e l’ho amata nelle sue nebbie, nel respiro del suo Naviglio, nelle piccole e grandi storie dei suoi racconti. Enzo Jannacci era ed è Milano, non solo perché scrive quasi sempre con quel dialetto così immediato che è il milanese, ma perché di Milano coglie l’anima più semplice, più vera, perché di Milano conosce quell’arroganza di una certa megalomania, perché di Milano sa trasmettere la malinconia di un mondo che non c’è più, perché sa ricrearne atmosfere e suggestioni, perché con l’ironia e con l’irriverenza sdrammatizza la vita, perché, perché….. Perchè ha saputo leggere i disagi e le difficoltà del vivere con intuizioni che vanno al di là del fatto poetico, tanto sono attuali anche oggi. Lui, il geniale clown della musica, il cantastorie che crea emozioni, il poeta surreale di immagini e colori, il musicista di razza, l’uomo colto e generoso, l’amico dei tanti dimenticati ed emarginati, il sorriso e lo sberleffo, la tenerezza e la nostalgia, il brivido di un’anima inquieta, la timidezza, l’umiltà e l’umanità di un grande uomo.

Al Derby, tanti anni fa, andavo per vedere lui, ascoltare le sue ballate e spiavo i momenti quasi privati, per cogliere il segreto di una personalità tanto complessa. E un inaspettato candore, una disarmante semplicità nei gesti, una ritrosia che era timidezza, mi sorprendevano, ogni volta. Mi sembrava che la pelle traspirasse una sensibilità difficile da nascondere, mi sembrava chel’attenzione per gli altri fosse un vero interesse umano. Poi, naturalmente, con gli amici giocava con le parole, con i paradossi, con la sua inesauribile ironia, ma quell’impressione di calore umano e di partecipazione erano nel suo sguardo ed io mi convincevo che l’emotività e il cuore fossero l’essenza della sua anima.

Perché nelle sue storie riconoscevo mio padre (Ti te sè no), mi rivedevo adolescente al primo amore, quando un sorriso è già una promessa (Passaggio a livello), mi ritrovavo goffa e stupida nei miei tentativi di emancipazione (Per un basin), ho pianto per “6 minuti all’alba”, ho sorriso e condiviso l’ironia di “Ho visto un re”, ho cantato divertita “Andava a Rogoredo”, mi sono fatta cullare dalla tenerezza di “Sfiorisci bel fiore”, ho amato l’umanità di periferia in “Vincenzina e la fabbrica” e “Prendeva il treno”, sono stata contro la guerra (La sera che partì mio padre e Un uomo a metà), ho capito il pudore nell’amore ( M’han ciamàa). E cito le più significative per me: una scelta che risponde alle mie emozioni, al mio percorso di vita.

Il mondo di riferimento è quello dei poveri, dei semplici, dei barboni, degli ubriaconi, delle prostitute, ma lo sguardo di Jannacci è la vicinanza, la partecipazione, il guizzo comico, il motivo poetico per descrivere un’umanità spesso dimenticata, l’immedesimazione spontanea in una situazione di disagio, la fulminea intuizione di un motteggio, l’eco di un’atmosfera. E quel mondo assurge a valore, induce alla comprensione, squaderna vizi e virtù che sono di tutti, rappresenta uno schiaffo ai potenti e ai mediocri.

“Ho fatto il cantautore perché nessuno voleva cantare le mie canzoni”, dice Jannacci. Ma chi avrebbe potuto avere la sua maschera tragica e buffa, la sua voce che è grido e lamento e ironia e sberleffo e tenerezza? Una voce sospesa su un trapezio di sogni, una voce che è l’intelligenza del cuore.

E dice ancora “La Milano che mi interessa è quella che soffre. A loro sono dedicate le mie canzoni di ambiente milanese.”

E quando la nostalgia irrompe alla sera ed è una malinconia sottile di un ricordo, di un pianoforte, di un’immagine, riascolto col “magone” la sua canzone più struggente “ ….E mi, mi sunt chi, sunt chi senza de ti” (Senza de ti),

Nene

Nene

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