Sentenza della Consulta: giusto il carcere per chi imbratta muri e monumenti

Milano 23 Maggio – Mettere in carcere chi viene sorpreso a imbrattare un muro o un vagone ferroviario è legittimo e compatibile con la Costituzione. Lo afferma una sentenza della Corte costituzionale depositata nei giorni scorsi. A chiedere una verifica di costituzionalità sul reato di imbrattamento era stato il tribunale di Milano. Il 26 aprile 2016, con ordinanza, un giudice penale aveva sospeso un processo a carico di un writer, accusato di avere «apposto, con vernice non biodegradabile, un scritta su nove immobili siti in varie zone di Milano». E di avere «deteriorato tre vetture ferroviarie apponendovi una scritta indelebile, con l’aggravante di aver commesso il fatto su beni esposti per necessità e consuetudine alla pubblica fede e destinati a pubblico servizio e a pubblica utilità». Il giudice di Milano, su istanza del difensore del writer, aveva posto la questione alla corte, sostenendo l’incostituzionalità del reato previsto dal secondo comma dell’articolo 639 del codice penale, che punisce l’imbrattamento con la reclusione da uno a sei mesi. Una pena più grave rispetto a chi un muro lo danneggia, prendendolo ad esempio a picconate. Molti autori di graffiti a causa del cumulo di pena costruito negli anni, condanna dopo condanna, rischiano adesso di dover scontare la pena in cella In quel caso, dopo le modifiche legislative introdotte il 15 gennaio 2016, il colpevole rischia solo una sanzione pecuniaria civile da cento a ottomila euro. Non il carcere, visto che il danneggiamento semplice tecnicamente non è più reato. Secondo il tribunale di Milano, ce n’era abbastanza per considerare l’imbrattatore discriminato rispetto al danneggiatore, in violazione dell’articolo 3 della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. La corte ha analizzato approfonditamente la questione e ha finito per dare ragione a Trenitalia, all’avvocatura dello Stato e all’avvocatura del Comune di Milano, concordi nel sostenere che la linea dura nei confronti dei writer è compatibile con la Costituzione. Secondo la corte, l’apparente paradosso per cui sporcare un muro è più grave che prenderlo a picconate è in realtà frutto di «una scelta di politica criminale non manifestamente irragionevole». I giudici costituzionali danno ragione all’avvocatura comunale la quale sostiene che, nel punire duramente chi sporca muri e altri oggetti pubblici, il legislatore avesse come obiettivo «la salvaguardia dell’estetica e della nettezza delle cose altrui». Un altro argomento messo in evidenza dalla corte è il fatto che il danneggiamento sia stato sì depenalizzato, ma solo nella sua forma semplice. L’articolo 635 del codice penale continua a punire con la reclusione chi danneggi — ad esempio a colpi di piccone — «edifici pubblici o destinati a uso pubblico», oltre a una serie di altri oggetti, fra cui opere d’arte ed edifici storici. Quindi non c’è alcuna discriminazione: il writer pub andare in prigione, e i padri costituenti non avrebbero nulla da dire al riguardo. Per Domenico Melillo, avvocato e writer, «non è detto che in futuro la questione non possa di nuovo essere posta all’attenzione della corte in altra forma. L’imbrattamento è un reato controverso». Intanto, la sentenza è una brutta notizia per i molti writer che, a causa del cumulo di pena costruito negli anni condanna dopo condanna, rischiano di andare in carcere. Il primo caso è quello di un trentenne che nel 2012 a Milano imbrattò le vetrine di alcuni negozi in zona Ticinese. Al momento si trova in Cina. Per la Cassazione, una volta rientrato in Italia dovrà andare in carcere o agli arresti domiciliari.

Franco Vanni (Repubblica)

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