Primo discorso di Delpini come arcivescovo di Milano: «Una città fondata. sul buon vicinato»

Milano 8 Dicembre – Un’alleanza per costruire il buon vicinato. Al suo primo Discorso alla città, l’arcivescovo Mario Delpini rilancia la proposta accennata all’inizio del suo mandato e richiama l’intera comunità — cittadini e istituzioni — a un ruolo attivo per la convivenza possibile. L’abate di Sant’Ambrogio, Carlo Faccendini, cita Italo Calvino e sottolinea la singolarità del rito «che riunisce insieme la comunità cristiana e la comunità civile, che si riconoscono città».

Poi, Delpini inizia a leggere il suo Discorso, rivolto innanzitutto alle autorità civili presenti nella basilica dedicata al Santo Patrono. Parte con un lungo e argomentato «elogio» delle istituzioni «contro la tendenza diffusa a lamentarsi sempre di tutto e di tutti, contro quella seminagione amara di scontento che diffonde scetticismo, risentimento e disprezzo, che si abitua a giudizi sommari e a condanne perentorie e getta discredito sulle istituzioni». L’arcivescovo insiste nell’elogiare il lavoro di sindaci, forze dell’ordine, insegnanti, operatori della sanità e di tutti coloro che, «se sono onesti e dediti», nonostante la scarsità di risorse «sono là in mezzo alla gente». Delpini non ignora i gravi fenomeni di illegalità, ma insiste nel contrastare «quella tendenza troppo facile alla critica e quell’enfasi sproporzionata su alcuni che, approfittando della loro posizione, hanno cercato ü proprio vantaggio aprendo la porta alla corruzione. Ogni mattino — ricorda — noi ci rendiamo conto che il paese, la città funzionano, possiamo fare affidamento su servizi perché c’è una folla di persone che fanno di giorno e di notte il proprio dovere». E lancia un richiamo «per svegliare i giovani, per scuotere i pensionati in piena efficienza: fatevi avanti! Prendetevi qualche responsabilità!».

Quindi il Discorso approda alla proposta di un’alleanza per «edificare in tutta la nostra terra quel buon vicinato che rassicura, che rasserena, che rende desiderabile la convivenza dei molti e dei diversi». Con un doppio obiettivo: quello indicato da papa Francesco («Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze») e quello di superare la «desolazione», riassunto con un verso di Eugenio Montale: «Milano è un enorme conglomerato di eremiti». Ma l’esercizio di buon vicinato, spiega, «non è un impegno che riguarda le istituzioni come fossero delegate a tenere insieme gli abitanti di queste terre, è piuttosto una impresa comune di cittadini e istituzioni, di fedeli e pastori della comunità cristiana e delle altre religioni». Per questo «tutti, tutti!, sono invitati a partecipare: chi abita da sempre in città e chi è arrivato oggi, chi abita in centro e chi abita in periferia, chi parla il dialetto milanese e chi stenta a parlare italiano, chi ha un passaporto granata, chi ha un passaporto blu, verde, rosso».

L’arcivescovo non esclude che «vivere vicini» possa essere anche «una spiacevole coincidenza». Ma subito dopo sottolinea che «chi è solo è più debole e più facilmente manipolabile, anche se pensa di essere più tranquillo». Quindi invoca un «welfare relazionale, comunitario, rigenerativo», cita l’articolo 2 della Costituzione e le istituzioni a «promuovere progetti in questa direzione». Ai cittadini, invece, chiede di partecipare non con «il gesto eroico praticabile solo da qualche essere superiore» bensì con «il gesto minimo, dell’attenzione intelligente, della vigilanza semplice che riconosce, per così dire istintivamente, il bene possibile». Per esempio: «Pagare le tasse non può essere inteso come fosse un rassegnarsi a un’estorsione; è piuttosto un contribuire a costruire la casa comune anche se il sistema fiscale del nostro Paese necessita di una revisione profonda». Ma in questo inizio di un mandato che si annuncia lungo, l’arcivescovo Delpini continua il suo percorso di incoraggiamento: «L’esempio e l’intercessione di Sant’Ambrogio ci renda fieri della nostra storia, consapevoli delle nostre responsabilità presenti, lungimiranti, realisti, disponibili per l’edificazione del futuro».

Positivi i commenti al termine della cerimonia: «Ha parlato di apertura e in questo lo condivido pienamente perché Milano ne ha bisogno», osserva il sindaco Giuseppe Sala. Entusiasta il presidente della Regione, Roberto Maroni: «Il miglior discorso alla città degli ultimi anni. Siamo a disposizione se vuole prendere un’iniziativa per realizzare questa alleanza del buon vicinato».

Gianpiero Rossi (Corriere)

I poeti

• Nel giorno del suo ingresso in Diocesi l’arcivescovo aveva citato Giuseppe Ungaretti, con i versi della poesia «Fratelli», del 1916

• Per Eugenio Montale Milano era «un enorme conglomerato di eremiti». Delpini ieri l’ha citato parlando di «desolazione»

• Italo Calvino nel 1972 scrive «Le città invisibili». L’abate Carlo Faccendini ha ricordato il romanzo, riferendosi alla vita e ai valori di Milano

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Autore: Milano Post

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