La rivoluzione reaganiana di Donald Trump

Milano 6 Dicembre – È un’impostura talmente gigantesca, che fai fatica a smantellarla, perché si tratta di ripristinare il grado zero della verità, la banalità obiettivistica della cronaca, oltre che l’onore perduto dei cronisti. Il Giornalista Unico italico, e il suo padre putativo, il Giornalista Liberal d’oltreoceano, ci stanno infatti avviluppando in una nube cupa che chiama alla caduta degli dei, al declino inesorabile dell’America e all’impeachment imminente per il responsabile dell’apocalisse, Donald Trump.

Poi, se qualcuno volesse dare un occhio ai lanci d’agenzia americani, che ancora non riescono (e nei fatti non possono, causa resistenza di una cittadinanza non ancora assuefatta alle centrali del politicamente correttoquella che nell’urna ha sfanculato la madrina dell’establishment Hillary) a cancellare la realtà del loro Paese, scoprirebbe quest’oggetto misterioso, le notizie non filtrate dalle GiovanneBotteri e dai Beppe Severgnini. La prima, più clamorosa, “storica” se all’interno di questo masochistico attacco all’anima occidentale non avessimo perso quasi del tutto il senso della storia, consiste nella “più grande rivoluzione fiscale dai tempi di Reagan”. Esattamente ciò che l’outsider libertario Trump aveva promesso in campagna elettorale, mentre la presidente in pectore sproloquiava di donne molestate, proprio lei, con quel cognome. La tassazione sulle impresepassa dal 35% al 20%. Riscriviamolo, ché qui si rischia di rimanere ipnotizzati dal risiko accademico dei numeri, di scambiare la rivoluzione per tecnicismo: la tassazione sulle imprese americane passa dal 35% al 20%. Un taglio esclusivo, netto  feroce di quella ferocia salvifica che è propria sola dell’autentico liberismo, del 15%. Capiamo sia pressoché inafferrabile, nel Paese dei balletti sui singoli punti percentuali dell’Iva (sempre a crescere, ça va sans dire) e della pressione fiscale complessiva sull’impresa superiore al 68%, ma Trump sta facendo quello che ci aspettavamo, perlomeno quello che si aspettavano tutti gli innamorati del sogno americano che si rifiutavano di ridurlo alla caricatura confezionata dai suoi nemici, quella di guardiaspalla di Putin. All’opposto, Trump sta rianimando il sogno. Sta dando coerente rappresentanza politica e programmatica al suo elettorato, che nella notte della vittoria Impensabile urlava: Obama voleva fare dell’America un Paese socialista, come tanti, come un qualsiasi staterello europeo. Ma l’America non è e non sarà mai un Paese socialista, un Paese ostile all’intelligenza intraprendente degli uomini e in bilico su un Welfare State deresponsabilizzante e oppressivo, ribadiva sicura quest’umanità tutta berretto da baseball, spontaneismo delle origini e Secondo Emendamento. Detto, fatto: Trump libera di nuovo l’energia privata nel luogo che ha difeso quel modello, l’unico in grado di garantire prosperità e mobilità sociale agli uomini, lungo tutto il percorso accidentato del Novecento. L’America garantisce il diritto costituzionale al perseguimento della felicità, premia il merito e tutela lo sforzo individuale, smithniamente (e reaganianamente) convinta che questo produrrà il maggior benessere possibile anche per la comunità. Lo ha ricordato proprio lui, Arthur Laffer, l’economista di Ronnie e il padre della famosa “curva” che dimostra come l’attitudine compulsiva al saccheggio di ricchezza da parte dello Stato oltre una certa soglia diventi controproducente per le stesse casse pubbliche, in un’intervista a Repubblica disperatamente intenta a strappargli un virgolettato contro Trump. Macché: “Quello che sostengo e che ho spiegato ai membri dell’ amministrazione, che conosco tutti benissimo (l’attuale vicepresidente Mike Pence era suo compagno di corso a Yale, il segretario al Tesoro Steve Mnuchin è stato suo allievo a Chicago), è che la funzione di stimolo all’economia sarà notevole, le aziende investiranno, assumeranno, pagheranno meglio i dipendenti. E quelle che sono andate all’estero rientreranno. In conseguenza, la ripresa accelererà”. Non è un caso che le stime di crescita salgano ancora, ben oltre il 3%, e che Wall Street continui a scoppiettare di performance, le quali improvvisamente nei tiggì e negli editoriali nostrani hanno perso la centralità con cui erano monitorare da decenni. Chissenefrega, l’economia reale americana viaggia a ritmi che qualunque nazione europea intossicata di statalismo si sogna, e ora arriva questa riforma fiscale che significa 1500 miliardi di dollari di tasse in meno in dieci anni, un’enormità, un grido di battaglia liberista per rifare grande l’America, un puro atto di Reaganomics. In senso letterale: per risalire a uno choc benefico del genere, bisogna arrivare al 1986, TaxReformAct del presidente che vinse la guerra fredda, e che al termine dei suoi mandati lasciò un’economia americana cresciuta di una cifra pari all’intera economia del Giappone, che allora era una Tigre in espansione.

È la dimostrazione che Trump non è l’alieno vomitato da qualche riunione segreta del Ku Klux Klan che gli analisti riveriti in prima serata continuano a propinarci, ma un formidabile uomo di governo saldato nella storia della destra repubblicana, conservatrice in senso anglosassone, dunque più liberale e liberista di qualunque professorino del Vecchio Continente interno a citare von Hayek in qualche vetusta aula universitaria a libro paga dello Stato. Trump non cita le virtù filosofiche, gnoseologiche e morali del libero mercato, Trump permette che si inneschino nella pratica, arrestando gli istinti della Bestia statale, prevedendo forti tagli anche alle aliquote su famiglie e persone fisiche, oltre alla grande rivoluzione per le aziende, predisponendo deduzioni speciali per le piccole imprese e le società a responsabilità limitata, attuando il teorema di Reagan per cui il governo e i suoi appetiti non sono la soluzione, ma il problema principale. Tranne quando rinunciano consapevolmente a loro stessi. Dio lo benedica, e benedica l’America che lo ha eletto contro lo spirito del tempo.

Giovanni Sallusti (L’Intraprendente)

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