Uccidere la Stazione Centrale appendendoci i panni. E la chiamano arte

Da oggi potremo coniare un nuovo detto: nascondere il degrado sotto il lenzuolo. Narra Repubblica:

La stazione Centrale di Milano si colora di arte contro il degrado con la mostra Lienzos Sueltos por la Paz, un progetto di arte pubblica partito da Santo Domingo che, fino al 24 ottobre, vedrà esposte in Stazione centrale ampie lenzuola colorate firmate da artisti domenicani, in quella che è la prima tappa internazionale della mostra. L’iniziativa è promossa da Centrale District, comitato che vede insieme albergatori e commercianti nato a luglio per la valorizzazione ma anche la sicurezza di zona 2. “I visitatori che arriveranno in Centrale per Host potranno ammirare un progetto artistico che ha un duplice valore: estetico e sociale – spiega Consuelo Hernandez, presidente di Centrale District – E’ un progetto che attraverso l’arte vuole dare il proprio contributo alla sicurezza e al recupero anche estetico della Stazione, con un forte accento sull’integrazione delle comunità straniere presenti, con un messaggio di pace e tolleranza per tutti”

Direi che sul messaggio di tolleranza non c’è alcun dubbio: in Centrale il degrado viene ampiamente tollerato. Ed oltre a tollerarlo, siamo giunti al fatto di arrenderci ad esso. Come sia possibile, infatti, combatterlo schierando contro di essere due lenzuola, quattro canovacci ed appendendoli come panni ad asciugare, questo davvero mi sfugge. Peggio sa tanto di presa in giro. La Stazione Centrale, val la pena ricordarlo a chi se ne fosse dimenticato, è un progetto anche architettonico, oltre che funzionale. È, nel suo ambito, monumentale. E, come tutti i monumenti, ha una storia ed un’anima. Un’anima che la curatrice dell’installazione dimostra appieno di non comprendere, se pensa che stenderci sopra un bucato, per quanto variopinto, possa renderne migliore il godimento. Anche se, devo confessarvelo, io ho il forte sospetto che siamo di fronte ad una operazione un po’ più complessa.

La Stazione, dopotutto, che ci piaccia o meno, che Fiano approvi o no, fa parte dell’architettura del Ventennio. Ne ha la solidità, la fisicità, la statuarietà enfatica che, ripeto, pur non intralciandone la funzionalità ne caratterizza l’identità. Non è la Gare du Nord. E la differenza è quello che ne connota la specificità. Trasformarla in un bazar, con i teli per la vendita di borsette contraffatte elevati a paradigma di multiculturalità è un escamotage grottesco per uccidere il monumento. Nessuno, spero, penserebbe di appendere gli stessi lenzuoli all’Eur. Nessuno che non voglia uccidere la solennità, almeno. Ma forse uccidere è l’intento. Velando il degrado, poco e male. Ma sfregiando l’idea che sta dietro ai marmi ed alla facciata solenne di uno dei più grandi monumenti alle porte della periferia di Milano. Facendo presagire cosa succedere al centro, dopo aver fatto le prove generali sulla sua porta d’accesso.

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Luca Rampazzo

Autore: Luca Rampazzo

Laureato in legge col massimo dei voti, ha iniziato due anni fa la carriera di stratupper, con la casa editrice digitale Leo Libri. Attualmente è Presidente di Leotech srls, che ha contribuito a fondare. Si occupa di internazionalizzazione di imprese, marketing e comunicazione,

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