Maroni: “I soldi dei lombardi restino qui. Lo dico chiaro e tondo: non siamo per la secessione”

Milano 8 Ottobre – Il 22 ottobre avrà luogo in Lombardia e in Veneto un referendum consultivo per conoscere il parere dei cittadini sull’attribuzione di maggiori competenze alle Regioni. Il referendum non prevede quorum e non ha valore vincolante

Governatore Maroni, ce la fa a spiegare in cinque righe perché il 22 i lombardi devono votare sì al referendum sull’autonomia?

«Dato il mio ruolo istituzionale, io dico solo che devono votare. E mi auguro che lo facciano tutti. Il referendum è importante per molte ragioni. Ne cito solo due: una, perché così la Regione avrebbe più competenze, magari tutte e 23 quelle previste dall’articolo 116 della Costituzione; seconda, perché avrebbe anche le risorse per farsene carico. La Lombardia versa allo Stato 54 miliardi più di quelli che riceve. In Veneto sono 15, in Catalogna 8, nel Baden-Wurttemberg uno e mezzo. Ecco, io voglio che di quei 54 miliardi almeno la metà restino qui».

Ha citato la Catalogna. Il referendum è il primo passo verso la secessione?

«No. Nel quesito sottoposto agli elettori si dice che la Lombardia chiede più competenze “nell’ambito dell’Unità nazionale”. L’Unità, nessuno la mette in discussione. Basta che chi polemizza legga».

Chi polemizza ha nome e cognome: Giorgia Meloni. Ed è una sua alleata.

«Lei polemizza con me, non io con lei. La Meloni legga il quesito. E sappia che la frase sull’Unità è stata aggiunta su richiesta del gruppo di Fratelli d’Italia. Insomma, sua».

Forza Italia è per il sì però finora di campagna non ne ha fatta…

«Sul territorio, sì. Per il resto, io aspetto il 14 quando ci sarà a Milano la manifestazione di FI con Berlusconi».

Anche il M5S è per il sì ma tace.

«Invito Grillo o Di Maio a venire in Lombardia a fare un dibattito sul referendum. Io ci sono».

Infine il Pd. Per il sì, ma il suo prossimo sfidante Giorgio Gori dice che di un referendum non c’era bisogno. E che l’Emilia-Romagna sta facendo le stesse richieste a Roma senza passare dal voto.

«I sindaci del Pd, Sala, Gori e gli altri, hanno costituito un Comitato per il sì che però non sta facendo nulla. È il solito partito bipolare: ufficialmente è per il sì, in realtà spera nel no o in una bassa affluenza. È il consueto errore di buttare in politica una consultazione utile a tutti i lombardi. Quanto all’Emilia, Bonaccini si sveglia adesso. Guarda caso, solo dopo che noi abbiamo indetto il referendum».

Nella Lega, però, c’è ancora chi spera che il voto sia il primo passo verso la secessione.

«Vero. Ma lo dico con chiarezza: si sbaglia. Il referendum non è l’anticamera della Catalogna».

Che vinca il sì è scontato. Invece quanto peserà l’affluenza?

«Visto che in Lombardia il quorum non c’è, l’affluenza determinerà una cosa sola: il mio potere contrattuale nella trattativa con Roma che si aprirà dopo il referendum. Più gente vota e più competenze porteremo a casa. Il resto sono solo le solite balle spaziali della sinistra».

Però conta se andranno alle urne più i lombardi o i veneti.

«Soltanto per stabilire se la trattativa la guiderà Zaia oppure io. Ma in ogni caso la faremo insieme».

Quanto costa il voto ai lombardi?

«Ventidue milioni al netto dell’acquisto dei 24 mila minicomputer con i quali si voterà ma che poi saranno lasciati nelle scuole».

E questi quanto costano?

«Ventun milioni».

Si dice che siano di scarsa utilità didattica.

«Lei li ha visti?».

No.

«Io sì. Sono ottimi e perfettamente funzionali: un investimento. Infatti mi hanno fatto i complimenti sia Gentiloni che Minniti. Io ho ribattuto che allora lo Stato poteva darci un contributo. Non ho avuto risposta. Dev’essere caduta la linea».

Per finire: se il centrodestra vincerà le elezioni, tutti dicono che lei andrà a Roma a fare il ministro.

«Falso. Nel 2013 ho lasciato Roma dopo 21 anni da deputato e da ministro. È stata un’esperienza soddisfacente ma è finita. L’anno prossimo mi ricandiderò in Lombardia. Non farei il premier o il ministro neanche se me lo chiedesse Berlusconi».

E se glielo chiedesse Salvini?

«Idem».

Alberto Mattioli (La Stampa)

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