Perché la pace in Siria non si può fare senza Putin

Milano 11 Aprile – Forse un giorno sapremo, o forse no, se davvero c ‘è stato l’attacco aereo siriano con armi chimiche a Khan Sheikhoun, nella provincia di Idlib, o se invece si è trattato del classico false flag, cioè del pretesto, colto al volo, per modificare gli scenari di una guerra che stava volgendo (almeno nelle regioni occidentali) a favore del governo di Damasco e per permettere agli Stati Uniti di riprendere l’iniziativa in un’area da cui sembravano esclusi. Certo, se non fosse ancora così vivo il ricordo della famosa fialetta di antrace agitata nel 2003 da Colin Powell per giustificare l’attacco all’Iraq, o delle fantomatiche fosse comuni di Gheddafi, invocate nel 2011 per provocare il bombardamento «umanitario» della Libia, oggi ci sarebbero meno dubbi e meno controversie attorno all’episodio che ha innescato il lancio dei 59 missili americani contro la base aerea di Shayrat. D’altra parte, la Siria è, da cinque anni, un terreno di guerra opaco, dove non vi sono fonti di informazione indipendenti e dal quale ci arrivano per lo più notizie filtrate e manipolate, da una parte e dall’altra, con una netta prevalenza di quelle provenienti dalle opposizioni anti Assad.

Comunque stiano le cose, Donald Trump, con la sua mossa, ha già ottenuto almeno tre risultati. l) Mostrare ai suoi concittadini tutta la distanza che lo separa da Barack Obama: il nuovo commander in chief non esita, agisce. 2) Scrollarsi di dosso la scomoda etichetta, che gli avevano affibbiato i suoi molti nemici interni, di «amico di Putin», ottenendo un vasto consenso sia tra i repubblicani che tra i democratici.  3)Riportare gli Stati Uniti al centro della questione siriana, come indispensabile interlocutore di qualsiasi futura soluzione negoziata.

Il Cremlino è stato colto alla sprovvista dal voltafaccia del presidente americano, che appena qualche giorno fa diceva che la caduta di Assad non era tra gli obiettivi della sua amministrazione? Probabilmente no. Nonostante le molte aperture di credito che avevano accompagnato la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali e soprattutto le sue dichiarazioni di voler ristabilire buone relazioni con Vladimir Putin e collaborare nella lotta al terrorismo, a Mosca è sempre stato ben chiaro che a Washington è molto potente un partito trasversale, che considera la Russia come il principale avversario sulla scena internazionale e che ha i suoi uomini in alcune posizioni chiave dell’amministrazione, soprattutto al Pentagono, al Dipartimento di Stato e nei servizi di sicurezza. Fin dall’insediamento del nuovo presidente, questo partito trasversale si è attivato per demolire, uomo dopo uomo, le posizioni di Trump, ingaggiando un attacco senza precedenti proprio sul tema dei rapporti con Mosca, e spingendo la propria offensiva fino a evocare la prospettiva dell’impeachment.

La reazione a caldo del Cremlino è stata, tutto sommato, misurata. Certo, Putin ha usato parole dure per condannare «l’aggressione a uno stato sovrano» e la «violazione della legalità internazionale». E’ stato inoltre sospeso l’accordo con gli americani per garantire la sicurezza dei voli sulla Siria e una nave da guerra è stata inviata nel Mediterraneo orientale. Per ora, tuttavia, nei fatti, che sono quel che conta, le mosse di Mosca sembrano dare credito all’ipotesi che il bombardamento missilistico americano sia stato un’azione isolata, «punitiva», e non l’inizio di una pericolosa escalation militare. Certo, il Cremlino non può ignorare che, quando si muove la macchina della guerra, la situazione può facilmente sfuggire di mano. E già si sentono, infatti, tra gli improvvisi sostenitori di Trump, le voci (prima fra tutte quella di Erdogan, ma anche di molti influenti leader del Congresso americano) di chi chiede di non fermare le armi e di proseguire nell’opera di destabilizzazione del regime di Damasco.

La prudenza di Putin non stupisce. L’intervento russo in Siria, nel settembre 2015, aveva un duplice obiettivo. Il primo era militare: impedire che Assad, il solo alleato nella regione (dove Mosca ha le sue uniche basi fuori dal proprio territorio), venisse travolto dall’offensìva jìhadista e che la Siria si trasformasse, come la Libia, nel teatro di una guerra per bande. Ma il secondo era politico: costringere, grazie ai successi sul campo, tutti i protagonisti, locali e regionali, a sedersi al tavolo dei negoziati, a eccezione dell’Isis e delle formazioni islamiste radicali come Jabat Al Nusra (che teneva Aleppo Est e ora è a Idlib). Del resto, il Cremlino non aveva mai incoraggiato i propositi di chi, a Damasco (ma anche a Teheran), puntava a riconquistare tutto il territorio siriano manu militari. Quella del negoziato, infatti, è sempre stata ed è tuttora l’unica via per assicurare alla già tanto martoriata Siria una prospettiva di pace. Il processo negoziale avviato ad Astana, sotto il patrocinio di Russia, Iran e Turchia non ha fatto molti passi avanti , anche perché da quel tavolo erano tagliati fuori proprio gli Stati Uniti. Ora, l’azione militare di Trump ha contribuito, tra le altre cose, a mettere in chiaro che nessuna soluzione stabile potrà essere trovata senza una attiva collaborazione degli americani, di concerto con la Russia, per mettere a tacere le armi e per raggiungere un compromesso. Sempre che a Washington non prevalga il partito della guerra e dell’avventura, con conseguenze incalcolabili per la povera Siria, per il Medio Oriente e per il mondo intero.

Massimo Boffa (LaVerità))

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