Oscar Giannino “Voucher, la maxicontraddizione CGIL ridicolizza il suo referendum”

Milano 12 Gennaio – Molte autorevoli opinioni di giuristi e osservatori sono state espresse sul tema dell’accoglibilità dei 3 quesiti referendari in materia di lavoro avanzati dalla CGIL. Vedremo come la Corte Costituzionale si pronuncerà mercoledì prossimo. Ovviamente, grande rispetto per le decisioni che assumerà la Consulta. Ma sulla natura “manipolativa” del quesito sull’articolo 18, che propone di tornare alla vecchia disciplina non nelle aziende oltre i 15 dipendenti com’era prima del Jobs Act, bensì “creativamente” estendendo i vecchi vincoli sopra i 5 dipendenti, come sui problemi di vuoto legislativo risultante dai quesiti sull’abrogazione dei voucher e nella disciplina del lavoro negli appalti, sembra ragionevole sostenere che non si tratti di argomenti capziosi e infondati.

Ma a tutto ciò si è aggiunto ora un punto di sostanza. Grave e rilevante. L’evidenza documentata dell’utilizzo dei voucher da parte di organizzazioni territoriali e di settore della stessa CGIL che propone di abrogarli.  Poi la comunicazione interna della CGIL alle proprie federazioni, invitandole a minimizzare, a non alimentare polemiche, a tenere il più possibile “bassa” sui media la manifesta e gigantesca contraddizione in cui sono stati beccati coloro che descrivono il voucher come strumento che maschera in maniera di comodo lavoro nero. Quando proprio la SPI-Pensionati della CGIL dell’Emilia Romagna ha dichiarato ai media che “non c’era alternativa all’utilizzo dei voucher, altrimenti avremmo dovuto pagare in nero”. Infine, le dichiarazioni della leader CGIL Susanna Camusso. Che ha ammesso l’uso dei voucher ma solo in maniera limitata ed episodica,  aggiungendo che del resto il referendum anti voucher sarebbe volto a una ridiscussione generale sulla precarietà del lavoro, non alla loro abrogazione tout court.

E’ evidente che questi tre fatti investono frontalmente la credibilità del referendum.  Delle due l’una: se è la federazione pensionati della CGIL (per altro, la più numerosa in quanto a iscritti) a riconoscere che per il lavoro accessorio di pensionati iscritti usare il voucher è la vera e unica alternativa al lavoro nero, ebbene quella è esattamente la ragione per cui lo strumento è stato introdotto nel nostro ordinamento. Mentre nel frattempo sparivano i contratti a collaborazione continuata e quelli a progetto.

Secondo: dispiace rilevarlo ma la Camusso, nel tentativo di giustificare la CGIL e insieme di tenere in piedi il referendum, dice l’esatto opposto di quanto sinora ripetuto da chi ha proposto il referendum.  Non vogliamo discutere di cambiamenti del voucher ma vogliamo abolirlo, è il mantra ribadito ogni giorno dalla Cgil e da chi si riconosce nella sua iniziativa. Mentre, al contrario, tanto da parte del governo che di molti osservatori ed esperti di mercato del lavoro è venuta la piena disponibilità a un intervento, dati alla mano, volto a correggere e inibire eventuali abusi del voucher. Quando diciamo dati alla mano intendiamo che finora sono gli stessi elementi di fatto – ancora troppo parziali – elaborati dall’INPS a mostrare che per due terzi degli utlizzatori si tratta esattamente, come nelle aspettative, di pensionati, disoccupati, o di doppio lavoro minimale. Mentre da chiarire è l’uso del voucher in aziende industriali, aziende pubbliche, e in settori come le costruzioni. Ma per fare questo serve un accorto intervento legislativo tarato con attenzione sulla realtà accertata dei fatti, non campagne ideologiche. Campagne ideologiche per di più brutalmente  affossate dall’uso, e dalla giustificazione dell’uso dei voucher, emersi oggi nella stessa CGIL.

Certo, sono contraddizioni e argomenti politici, non di diritto costituzionale. Ma diciamolo. I referendum sul lavoro su cui la Corte decide l’11 gennaio sono uno dei tre fondamentali pilastri politici sui quali si gioca la legislatura, insieme alla pronunzia della Corte stessa sull’Italicum, e alla conseguente determinazione che i partiti assumeranno sul fatto di votare presto con una legge nuova da concordare in poche settimane, oppure di prendere altro tempo.

I referendum sul lavoro sarebbero inevitabilmente una spinta potente per alcuni a tenere le elezioni al più presto, magari a costo di una nuova legge elettorale non ottimale, mentre  per altri costituirebbero un’ottima ragione per negarsi a qualunque convergenza parlamentare sulla necessitò di una legge elettorale in tempi rapidi.

La Cgil ha sempre detto ufficialmente che il suo obiettivo non era quello di affossare governi e orientare legislature, ma di battersi per un’idea diversa di mercato del lavoro. Sta di fatto che essere prima pubblicamente smascherata come utilizzatrice di ciò che indica come il male, per poi  minimizzare e sostenere altro da ciò che ha sinora detto, la rende purtroppo simile al peggio talora espresso dai partiti. Lo dico senza alcuna soddisfazione. Per una moderna cultura del lavoro, l’Italia ha bisogno certo anche delle più diverse posizioni culturali, politiche e sindacali. Ma questi mezzucci aggiungono solo polvere e caos alla già troppo elevata confusione italiana. Davvero non ce n’era e non ce n’è alcun bisogno.

Oscar Giannino (Leoniblog)

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Autore: Milano Post

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